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Tohpati Ethnomission “Mata Hati” (2017)

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Quarta prova da leader per il chitarrista indonesiano, che qui torna alla guida del gruppo Ethnomission, dopo la brillante parentesi in trio Tribal Dance.

Confermando quanto già aveva lasciato intravedere nel precedente disco, Tohpati mostra ormai una scrittura matura, equilibrata nelle sue componenti prog ed ethno,  senza disdegnare a tratti una lineare cantabilità, come nella title track.

Restano dal punto di vista strumentale, quali note caratteristiche, gli accurati giochi poliritmici, e la predilezione per un certo colore scuro e corposo, nella scelta dei timbri della sei corde elettrica; più brillante invece il suono scelto sul versante “acustica”, come in Rancak, dove la fluidità del solo è davvero rimarchevole.

TOHPATI guitar
INDRO HARDJODIKORO bass
DIKI SUWARJIKI suling bamboo flute, tarompet
ENDANG RAMDAN kendang percussion
DEMAS NARAWANGSA drums

Czech Symphony Orchestra, conducted by Michaela Ruzickova
(track 1)

1. Janger (6:29)
2. Tanah Emas (5:17)
3. Pelog Rock (5:27)
4. Mata Hati (6:36)
5. Berburu (6:42)
6. Rancak (4:33)
7. Reog (6:51)
8. Pangkur (4:32)
9. Amarah (5:01)

 

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Tohpati – Tribal Dance (2014)

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Dopo due prove da leader nelle quali ha messo a fuoco gradualmente le sue potenzialità (Ethnomission nel 2010, e Riot nel 2012), al terzo tentativo Tohpati consegna alla stampa un lavoro maturo, dove il virtuosismo dell’axeman indonesiano è al servizio di una scrittura più consistente e curata rispetto ai precedenti capitoli, nei quali l’ansia di esprimere si risolveva in un calderone sonoro a tratti eccessivo. Continua a leggere Tohpati – Tribal Dance (2014)

simakDialog – “The 6th story”

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Ideale chiusura della terna indonesiana iniziata con le due più recenti recensioni, (ultima e penultima) “The 6th story” di simakDialog è un ibrido introverso e a tratti affascinante, che fonde in eleganti sonorità l’occidente, qui rappresentato del Fender Rhodes, strumento principale utilizzato dal leader Riza Arshad, e dalla chitarra elettrica del virtuoso Tohpati, con una composita sezione ritmica di stampo orientale, che vede all’opera tre percussionisti impegnati al kendang, strumento tipico dello stile gamelan Sundanese, e a varie percussioni metalliche.

Ne risulta una miscela sonora che talvolta sembra procedere su strade parallele, piuttosto che integrarsi appieno, dando la sensazione complessiva di un lieve straniamento che oscilla, fra tempi in continuo mutamento, alle soglie del caos (la breve Harmologic ne rappresenta un perfetto esempio), altrove trova invece linearità e strutture melodiche più intellegibili, come nella quasi-ballad What Would I Say e nel fraseggiare solenne della successiva For Once and Never.

Un ascolto non immediato, quindi, ma testimonianza di un sano spirito di avventura che cerca di andare oltre le facili strade del virtuosismo spettacolare, che pure sarebbe nelle corde tecniche dei musicisti, per concentrarsi sulla ricerca di una rilettura originale delle numerose influenze jazz-rock e prog che comunque traspaiono in controluce. Operazione coraggiosa, che al di là degli esiti disuguali nell’ambito dell’ora di durata, risulta senz’altro stimolante e degna di adeguata attenzione.

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SimakDIALOG – Patahan

MoonJune MJR 015 – 2007

Frutto di una registrazione live effettuata a Jakarta nel 2005, Patahan propone 5 lunghe composizioni del pianista Riza Arshad, leader del gruppo indonesiano SimakDialog.

I primi due brani propongono una fluida ed elegante fusion west-east, con le progressioni armoniche e gli interventi solistici di piano e chitarra (che risentono della lezione di Lyle Mays e Pat Metheny) miscelate ai timbri tipicamente asiatici della ritmica, e agli interventi delle vocalist in Spur of The Moment.

Più meditativa Kemarau, dove sembra prevalere, una volta esposto il tema che viene poi ripreso nel finale, la componente improvvisativa: i suoni echeggiano e si aggirano senza trovare precise direzioni o sviluppi.

Worthseeing torna a seguire una più lineare struttura jazz-rock, con un eloquente sfoggio di tecnica del chitarrista Tohpati Ario Hutomo, protagonista di un vigoroso solo alla Holdsworth che caratterizza la parte più coinvolgente del pezzo.

Kain Sigli si apre con un poema declamato contemporaneamente in Tedesco e Bahasa, dal bell’effetto straniante, e continua sviluppando una lunga e ambiziosa suite, impegnativa dal punto di vista compositivo, strumentale e vocale, senz’altro il momento più interessante e creativo dell’intero album. Come se, solo alla fine del percorso, Arshad si sentisse finalmente svincolato dai modelli citati, e pronto per la ricerca di una propria cifra stilistica. Aspettiamo fiduciosi i prossimi capitoli.

1. One Has to Be
2. Spur of the Moment
3. Kemarau
4. Worthseeing
5. Kain Sigli
Riza Arshad – Piano, Fender Rhodes, synthesiser
Tohpati Ario Hutomo – Electric, synth and acoustic guitars
Adhitya Pratama – Electric fretless bass
Endang Ramdan – Sunda kendang, toys

Guests:
Emy Tata – Makassar kendang, ceng-ceng, kethuk, vocals, poetry reading (tracks 2, 5)
Nyak Ina Raseuki ‘ubiet’ – Vocals
(tracks 2, 5)
Marla Stukenberg – Poetry reading
(track 5)