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Machine Mass – Plays Hendrix

MJR 084 (2017)

Chitarrista fra i più inventivi della generazione “di mezzo” nell’ambito jazz-rock-prog, Michel Delville ha progressivamente incrementato il bagaglio tecnico, l’arguzia nella ricerca timbrica, ma soprattutto l’approccio che fa della libertà espressiva la chiave per giungere ad un suono coinvolgente, ricco di potenza e raffinato al tempo stesso.

Le tappe del suo percorso musicale sono scandite da numerosi eventi fondativi, concretizzati in numerose band fra le quali ricordiamo The Wrong Object, medio combo del quale si trovano eccellenti prove discografiche, a partire dell’incontro con un autentico gigante del genere, il mai abbastanza compianto Elton Dean, documentato in The Unbelievable Truth. A seguire, ancora più maturo e convincente Stories from the Shed e in tempi più recenti After the Exhibition.

Veloce cenno merita anche douBt, formazione in trio strutturata in modo analogo a quella del disco del quale parleremo a breve. Anche qui due Cd di notevole spessore, Never Pet a Burning Dog e Mercy, Pity, Peace and Love, dove già troviamo un germe del progetto su Hendrix qui realizzato, con una prima versione di Purple Haze.

E infine Machine Mass, attuale trio dove il drummer è sempre (come in douBt) Tony Bianco, mentre le tastiere sono affidate ad Antoine Guenet, che rileva Alex Maguire. L’assunto è esplicito nel titolo, il repertorio è celeberrimo ma il risultato è comunque fresco, e caratterizzato dalla cifra stilistica del chitarrista belga, dove istinto e controllo vengono convogliati in un percorso che sfocia in un’energia che, pur mantenendosi sostanzialmente fedele alle atmosfere della psichedelia tipica dell’epoca, con masse sonore che ricordano a tratti anche Sun Ra (citato dallo stesso Delville nei ringraziamenti), riesce a riequilibrare la “datazione” con sonorità, stile e scelte armoniche in più punti sorprendenti.

Com’è ovvio, le cose più belle sono i guitar solo, fin dall’apertura di Third Stone From The Sun, impossibile citarne uno a discapito dell’altro. Il drumming di Tony Bianco fornisce il sapore più jazzistico (l’intro di Purple Haze, ad esempio), ed anche la necessaria propulsione in battere. Più defilato,  Antoine Guenet ha comunque modo di mettersi talora in evidenza, ad esempio fornendo corpo e sostanza “organica” al suono in Spanish Castle Magic, e nella successiva Fire.

Per dichiarata scelta produttiva, i brani sono proposti nella sequenza di registrazione, e in pratica non editati, quasi a voler rendere integralmente la sessione, con le inevitabili (seppur piccole) imperfezioni di un quasi-live dove la componente improvvisativa trova ampia applicazione. Forse qualche taglietto in più (pensiamo ad esempio a You Got Me Floating) avrebbe giovato alla scorrevolezza dell’ascolto, ma trattasi di gusti personali, e come tali del tutto opinabili. Resta comunque un disco intenso, ricco di spunti godibili e dotato di grande spinta. Play it Loud.

MICHEL DELVILLE guitar, Roland GR09, loops, stylophone, electronics, samples
TONY BIANCO drums, percussion
ANTOINE GUENET keyboards, synth, acoustic piano

Third Stone From The Sun; Purple Haze; Little Wing; Spanish Castle Magic; Fire; Voodoo Chile; Burning of The Midnight Lamp; You Got Me Floatin’; The Wind Cries Mary

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The Wrong Object – After the Exhibition

Dopo un congruo numero di lavori dedicati a progetti collaterali (citiamo Doubt e Machine Mass trio), Michel Delville ritorna alla sua principale line-up con il nuovo disco di The Wrong Object. E l’attesa è pienamente ripagata da un percorso sonoro potente ed obliquo, ricco di inventiva e coinvolgente, dove i richiami alla tradizione RIO e prog sono rielaborati con grande freschezza.

Linee melodiche intricate e assolo eccellenti (Spanish Fly), atmosfere cupe disegnate dalle ance di Marti Melia e Francoise Lourtie (Yantra, con uno strepitoso Benoit Moerlen al vibrafono), libera improvvisazione (Jungle Cow part I), una memorabile chiusura con Stammisch, il disco mette in luce nel miglior modo possibile il talento creativo del chitarrista belga, che impone l’impronta della sua carismatica espressività al di là delle consistenti variazioni di organico: del precedente gruppo, in effetti, la formazione vede la permanenza del solo Laurent Delchambre alla batteria e percussioni. Fra le new entry, lungimirante appare la scelta dell’acerbo talentino in ascesa Antoine Guenet, tastierista “fresco di nomina” negli Univers Zero (e scusate se è poco…..).

A cinque anni di distanza dall’eccellente ed enciclopedico Stories from the Shed, questo disco evidenzia forse meno esuberanza ma maggior compattezza, in termini di maturazione, nella carriera di Delville: i modelli già citati all’epoca sono chiaramente sempre presenti, ma sempre più mimetizzati, metabolizzati in una ormai compiuta elaborazione di una personale cifra stilistica.

cover_300p-wideMJR 055 (2013)

http://moonjune.com/mjr_web_2013/home_mjr/

http://www.wrongobject.com

Tracklist:

1. Detox Gruel (4:13)
2. Spanish Fly (5:19)
3. Yantra (8:04)
4. Frank Nuts (3:38)
5. Jungle Cow Part I (5:50)
6. Jungle Cow Part II (4:40)
7. Jungle Cow Part III (6:07)
8. Glass Cubes (8:30)
9. Wrong But Not False (5:28)
10. Flashlight Into Black Hole (3:05)
11. Stammtisch (5:59)

Musicians:

Michel Delville / Guitar, Roland GR-09
Antoine Guenet / Keyboards, Vocals
Marti Melia / Bass & Tenor saxes, Clarinet
François Lourtie / Tenor, Alto & Soprano Sax, Voice
Pierre Mottet / Bass
Laurent Delchambre / Drums, Percussion, Objects, Samples
Benoît Moerlen / Marimba & Electronic Vibraphone (2,3, 5-7 & 11)
Susan Clynes / Vocals (8)

douBt – Mercy, Pity, Peace and Love

Dopo l’impressionante “Never Pet a Burning Dog,” già recensito qui, douBt ritorna con un nuovo album. Il trio appare, come è ovvio, ancor più amalgamato e telepatico rispetto al già ottimo esordio. Si avverte un maggior lavoro sulle strutture tematiche e armoniche, con un risultato che pur mantenendo un’alto tasso di libertà espressiva, si orienta solidamente verso i territori jazz-rock e progressive. Appare in grande forma Michel Delville, che disegna con grande efficacia e ispirazione le trame dei suoi spazi solistici, fornendo in più di un’occasione spunti davvero pregevoli e coinvolgenti,  come in Jalal e nella cover di Purple Haze; fondamentale anche il suo contributo compositivo, con la migliore espressione nel gioiellino The Invitation, rilassata ballad dall’andamento sincopato ed elegante.

Bella anche  No More Quarrel With The Devil, sempre dalla penna del chitarrista belga, con un’apertura in stile Black Sabbath e una parte centrale che richiama i timbri cari a Mike Ratledge. Pur se ridotta, non manca la componente più strettamente jazzistica e free, che prende il sopravvento in Rising Upon Clouds, The Human Abstract e nella seconda metà della lunga title-track, altro brano dalla struttura bifronte, caratterizzato nella prima parte da una solenne intro dove le tastiere di Alex Maguire si pongono in chiara evidenza.

A dare corpo e sostanza al tutto, ancora una prova di notevole caratura da parte di Tony Bianco, possente nel garantire il sostegno ritmico e al tempo stesso sciolto e fantasioso, elemento portante di questo atipico e brillante trio, che lascia prevedere sviluppi di grande interesse nel caso si consolidi come gruppo stabile.

index

MJR 049 – 2012

Line up:

ALEX MAGUIRE: keyboards
MICHEL DELVILLE: guitar, Roland GR09, samples
TONY BIANCO: drums, sequencer
Track listing:

douBt – never pet a burning dog

never petMJR 032 (2010)

Non tragga in inganno il delicato avvio (Corale di San Luca) in puro Canterbury-style, con l’ospite Richard Sinclair a vocalizzare alla maniera di Robert Wyatt: i tre minuti in questione sono un mero trampolino di lancio per le incisive ed aspre timbriche della chitarra di Michel Delville e del Rhodes di Alex Maguire, che nei  successivi Laughter e Over Birkerot (efficace ripresa di un brano del grande Terje Rypdal) vanno a delineare un paesaggio sonoro assai denso, con volumi al limite della saturazione in stile hard rock, in un contesto che però, musicalmente, rivela più l’attitudine all’inventiva libera e furiosa che fu del free-jazz anni ’60.

Buon esempio in merito è Sea, ad alto tasso improvvisativo, che mette in luce il poderoso drumming di Tony Bianco (che dei tre ha un’estrazione più puramente jazzistica).

Si tira il fiato per qualche istante con Passing Cloud, elegante intermezzo con lo “stiloso” Sinclair impegnato nella classica forma canzone, per poi riprendere, fino alla fine, a seguire un lavico ed emotivo fiume di suoni amplificati, distorti,  febbrili, potenti e liberi, che nella conclusiva Beppe’s Shelter raggiungono l’apice, a compendio di un lavoro impressionante per l’energia che trapela intatta dai solchi del CD, conferendo all’ascolto un’intensità simile a quella di un concerto live.

Alex Maguire (piano elettrico Fender Rhodes, organo Hammond, Mellotron, synth); Michel Delville (chitarra elettrica, Roland GR-09); Tony Bianco (batteria); Richard Sinclair (basso in 1,2 e voce in 1,5)

01. Corale Di San Luca

02. Laughter

03. Over Birkerot

04. Sea

05.Passing Cloud

06. Cosmic Surgery

07. Aeon

08. Beppe’s Shelter

Moonjune Records

www.moonjune.com

di Alfonso Tregua

La Moonjune Records è una piccola etichetta indipendente, con sede a New York, che spazia in un’area di confine fra jazz, prog e jazz-rock, muovendosi lungo due direttrici nella scelta dei musicisti: da un lato, documentare l’attività più recente di firme di rilievo assoluto ormai consacrate  (Elton Dean, Hugh Hopper, Phil Miller, Geoff Leigh, Elliott Sharp); dall’altro, dare spazio a realtà meno note, ma di elevata qualità tecnica e artistica.

Fin dagli esordi è evidente questa duplicità di intenti: le prime tre produzioni, del 2001, sono infatti il prezioso Bar Torque, che vede in azione il saxello di Elton Dean affiancato dai suoni eterei del chitarrista Mark Hewins, e due dischi live opera di due (semi)sconosciute prog-band italiane, i Finisterre e i DFA.

Questi ultimi, in tempi successivi, troveranno ancora spazio nel catalogo con la ristampa dei loro primi due dischi nel box set Kaleidoscope, e soprattutto con la pubblicazione dell’eccellente 4th, lavoro in studio di notevole spessore e maturità.

Il lavoro che darà maggiore visibilità all’etichetta arriva nel 2005, con Gospel for J.P. III, tributo a Jaco Pastorius che vede coinvolti grossi nomi come Hiram Bullock, Bireli Lagrene, Marcus Miller, Bob Mintzer, John Patitucci, Mike Stern.

Il buon successo commerciale del disco dà ossigeno ai nuovi progetti del poliedrico Leo Pavkovic, inventore e producer di questo catalogo, che può così dedicarsi con più vigore alle sue “vere” passioni.

Le tre uscite successive, infatti, sono nel segno delle emanazioni passate e presenti del fondamentale capitolo Soft Machine: ben due CD per la recente Soft Machine Legacy (i due veterani Hopper e Dean, con il batterista della “fase post-Wyatt” JohnMarshall ed il chitarrista John Etheridge), catturata dal vivo a Zandaam nel 2004, e successivamente in studio nel 2006.

Ad intervallare le due novità, Soft Machine Floating World Live, storica ripresa di un buon concerto a Brema nel 1975, con la line-up dell’album Bundles. Le composizioni sono in gran parte di Karl Jenkins, anche se non mancano (per fortuna) le ultime folate dell’inconfondibile tastiera di Mike Ratledge: a completare il tutto, i funambolismi chitarristici di un Allan Holdsworth in autentico stato di grazia, strepitoso nei suoi solo ed incisivo anche al violino (!).

A seguire, l’ottimo The Unbelievable Truth, dal taglio più jazzistico, che assume anche una triste valenza di addio ad Elton Dean, scomparso dopo soli quattro mesi da questa registrazione live, dell’ottobre 2005, che lo vede affiancato al quintetto belga The Wrong Object. Nonostante l’assenza di prove prima del concerto, l’interplay fra i sei musicisti è la carta vincente del disco, sia nei momenti strutturati con maggior rigore (la classica Seven For Lee, la pacata ballad Baker Treat’s, entrambe dovute alla penna del sassofonista inglese), che nelle fasi più libere e roventi, come la title-track, del chitarrista Michel Delville, e la riuscita impro Millennium Jumble.

Continuando in ordine cronologico, da segnalare First Live in Japan degli Arti & Mestieri, band di culto nel panorama progressive anni’ 70, seguitissima a tutt’oggi soprattutto in Oriente. Il disco mette in luce le immutate doti di virtuosi del tastierista Beppe Crovella e del drummer Furio Chirico, storiche colonne portanti del gruppo. La scaletta propone quasi esclusivamente i classici da Tilt (1974) e Giro di Valzer per domani (1975), dovuti in buona parte alla vena compositiva di Gigi Venegoni, indimenticato (e ancora attivo) chitarrista della formazione originaria, che lasciò nel 1976 per dedicarsi al progetto Venegoni & Co.

Siamo ormai nel 2007: da qui in poi, una proficua accelerazione produttiva vede l’uscita, in rapida successione, di una decina di titoli in due anni scarsi: notevole anche il passo avanti nella qualità tecnica e raffinatezza delle incisioni, con un più massiccio ricorso alle sessioni di studio.

Dopo aver rimandato alle recensioni dettagliate, ai link che trovate di seguito, per Numero D’Vol e Dune di Hugh Hopper, Patahan dei SimakDialog, Dedicated to you... del Delta Saxohone Quartet, Stories From The Shed di The Wrong Object, ed il già citato 4th dei DFA, resta da dedicare la dovuta attenzione ad altri due CD.

Eccellente Conspiracy Theories di Phil Miller, con il raffinato chitarrista spalleggiato da un ampio organico di straordinaria caratura, che in aggiunta al nucleo degli In Cahoots (Pete Lemer e Fred Baker) compendia una gran fetta di storia del Canterbury sound (con Annie Whitehead e Didier Malherbe, e le seppur brevi partecipazioni di Dave Stewart, Barbara Gaskin, Richard Sinclair) mettendo in luce una efficace front-line con i più giovani Simon Picard e Simon Finch. Una bella prova di sapienza compositiva, una delle pagine più riuscite nella discografia da titolare dell’ottimo Phil.

Bello anche Steam, capitolo jazz-rock di robusto impianto dovuto alla nuova Soft Machine Legacy. Ferma restando l’unicità dello scomparso Elton Dean, ben riuscita appare la scelta di rimpiazzarlo con il duttile multistrumentista Theo Travis, che si districa con buona vena tra sassofoni, flauti e loops, costruendo in più punti suggestivi tappeti sonori che aggiungono, alle tipiche sonorità del gruppo, atmosfere in stile Gong.

In attesa dei prossimi capitoli…