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Wayne Shorter 4 – Il periodo Weather Report (1971 – 1986)

Sullo slancio dell’ormai conclusa esperienza con Miles Davis, il cui termine per Shorter coincide con alcune esibizioni live di poco successive alla pubblicazione di Bitches Brew (1970), Wayne organizza un connubio artistico con il tastierista austriaco Joe Zawinul, rincontrato dopo dieci anni durante la registrazione di In A Silent Way (1969). Nell’avventura è coinvolto anche Miroslav Vitous, giovane ma già personalissimo contrabbassista.

Il progetto, a nome Weather Report, prende il via nel 1971 con l’uscita del primo, omonimo lavoro, nel quale i leader sono affiancati da Al Mouzon alla batteria e Airto Moreira alle percussioni. La lezione delle directions in music davisiane è evidente, ma viene puntualizzata con personalità, equilibrando alta energia ed elettricità con misurato lirismo. Nel conclusivo Eurydice, a propria firma, Shorter coniuga, in maniera esemplare e swingante, tradizione e nuove sonorità.

A seguire, nel 1972, I Sing The Body Electric, con Eric Gravatt a sostituire Mouzon e Dom Um Romao a rimpiazzare Airto. Il disco è un’anomala gemma, frutto di una peculiare costruzione: prima facciata del vinile registrata in studio, lato B formato da estratti di un concerto dal vivo a Tokyo (che sarà poi pubblicato integralmente come Live in Tokyo). Indimenticabile l’iniziale e struggente Unknown Soldier, ispirato da una terribile esperienza vissuta da Zawinul durante il secondo conflitto; la complessa struttura del brano è caratterizzata dal magistrale ed evocativo uso del sintetizzatore ARP 2600. La zampata di Shorter è The Moors, con la partecipazione del chitarrista Ralph Towner.

Ancora eccellenti, benché oltremodo diversi, Sweetnighter (1973) e Mysterious traveller (1974), con modifiche e ampliamenti d’organico; l’irripetibile magia del precedente lavoro si trasforma in ostinata ricerca ritmica e predilezione per brevi ed ipnotici riff. Il secondo dei dischi citati segna anche l’abbandono da parte di Miroslav Vitous, evidentemente non del tutto coinvolto nella nuova direzione musicale voluta da Zawinul.

La sostituzione di Vitous con il più funky-oriented Alphonso Johnson determina quindi una svolta radicale e definitiva, la cui prima testimonianza è la pubblicazione di Tale Spinnin’, del 1975. Nello stesso anno Shorter realizza anche un progetto da titolare con l’uscita di Native Dancer, pregevole incursione nei territori della musica brasiliana, in compagnia del cantante Milton Nascimento.

La definitiva maturazione del nuovo corso si concreterà, con eccezionale forza espressiva, nel capolavoro Black Market (1976), che fin dalla esplicativa immagine di copertina afferma la provenienza planetaria del proprio mix di suoni e ritmi, geniale e mirabolante. La title-track rappresenta probabilmente un vero e proprio paradigma estetico, Gibraltar è esaltante nei compositi cambi di ritmo ed atmosfera e nel trascinante finale, ma al di là dei singoli episodi è il risultato complessivo a manifestarsi emblematico e fondamentale, snodo cruciale per molteplici tendenze musicali negli anni a seguire. Nell’occasione Shorter sperimenta, nella sua enigmatica Three Clowns, il Lexicon, antesignano dei sintetizzatori controllati da strumenti a fiato.

Sempre nello stesso anno, con il successivo Heavy Weather, i Weather Report licenziano il disco forse più noto e popolare dell’intero percorso artistico. Nel pluripremiato album, fortunatissimo anche da un punto di vista commerciale, spicca il funambolismo strumentale di Jaco Pastorius, figura cardine nell’evoluzione del bassismo elettrico contemporaneo, la cui straripante musicalità mette talvolta sullo sfondo gli iniziatori del gruppo. Entrato con spavalda autorevolezza, a sostituire Alphonso Johnson in due soli pezzi di Black Market, ben presto Jaco si afferma come “il più grande bassista elettrico del mondo” (parole sue, ma è difficile dargli torto).

Mentre la successiva incisione in studio, Mr. Gone (1978) già suscita le prime perplessità negli addetti ai lavori, in questo periodo la band è al massimo del fulgore nell’attività live; il magnifico affiatamento in proposito è testimoniato dallo spettacolare doppio 8:30 (1979), con i tre fenomeni coadiuvati alla batteria da Peter Erskine.

Il disco è una vera e propria summa dei momenti più felici della parabola artistica del gruppo, che continuerà ad incidere, con minore ispirazione e fortuna, fino al 1986, anno del definitivo scioglimento. I Weather Report consegnano alla storia musicale una ricca discografia (16 album), ma soprattutto un determinante impulso alla costruzione di un originale e genuino movimento fusion che, prendendo le mosse dal jazz, lo contamina con gli stilemi del rock, aprendo nel contempo anche la strada all’utilizzo strutturale di timbri e sonorità provenienti dalle più svariate culture musicali.

Per Wayne Shorter si avvia una lunga fase di stallo, dalla quale ricostruirà con fatica una rinnovata identità e vena creativa, attraverso una graduale serie di passaggi che porteranno alla formazione del Wayne Shorter Acoustic Quartet.

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Mahogany Frog – DO5

 di Alfonso Tregua

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Bello e potente nell’impatto, che miscela con onnivora disinvoltura massicce sonorità chitarristiche di stampo hard con i timbri di tastiere tipicamente seventies (Farfisa e ARP fra le altre), questo DO5 apre interessanti spiragli nella costruzione di un prog contemporaneo, esclusivamente strumentale,  fresco e coinvolgente.

La trama è ruvida, non si lavora di cesello ma in questi casi è un bene, il prodotto ne guadagna in immediatezza. Non mancano opportuni spunti di follia controllata, come il finale “surf” di You’re Meshugah!, ad arrricchire e variare una costruzione complessiva che trova le sue principali fonti di ispirazione in contesti assai diversi e temporalmente lontani (si colgono echi e colori zappiani e crimsoniani, fino a giungere a sprazzi che richiamano, sviluppandola in direzioni meno opprimenti e monocordi, la cupezza di gruppi come Mono o Mogwai).

Stupenda l’incalzante Medicine Missile, ottima la lunga suite T-Tigers & Toasters, ma su tutto svetta la conclusiva Loveset, epica e solenne, un trip di sei minuti che coniuga le atmosfere psichedeliche dei primi Pink Floyd con una linea melodica in stile Sigur Ros, per poi chiudere con timbri chitarristici bassi e distorti, che si spengono alle soglie del rumore.

Un disco che regge alla prova di più ascolti, un gruppo che promette interessanti evoluzioni…. saremo lì a seguirle.