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R.I.P. Allan Holdsworth (August 6, 1946 – April 16, 2017)

E’ stato uno dei più grandi. Nient’altro da aggiungere.

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Allan Holdsworth – Hard Hat Area / None Too Soon

Due ristampe che ci riportano a metà degli anni ’90, e danno la possibilità di (ri)ascoltare un Allan Holdsworth al meglio della forma. “Hard Hat Area” risale al 1993, ed è l’ottava prova discografica da leader per il virtuoso di Bradford. Il lavoro consiste di brani già rodati in tour: rispetto ai dischi precedenti, quindi, meno uso di sovraincisioni, e gran parte del materiale registrato “everything together in the studio”. La band è di alto livello, e mette subito in chiaro la sua forza con Ruhkukah, con il drumming di Gary Husband che eguaglia per fantasia e libertà le prove del miglior Bill Bruford, e l’inconfondibile tocco di Allan che, coerente e lineare, riesce a mantenere spazioso il fraseggio nonostante l’incredibile velocità esecutiva. Il disco mantiene la sua intensità per l’intero minutaggio, ritagliando opportuno spazio anche per le tastiere di Steve Hunt e il basso di Skuli Sverrison, come in Low Levels, High Stakes e House of Mirrors, i due episodi a più ampio respiro, su tempi più dilatati. Pur trattandosi di un lavoro di una ventina di anni fa, sono rari i momenti in cui si avverte questo gap, come nella title-track, dove i timbri in avvio e l’andamento meccanico delle tastiere suonano invero un po’ datati. Peccato veniale, ovviamente: nel complesso è davvero un gran bel disco.

Tre anni dopo, il successivo “None To Soon” vede il nostro cimentarsi, per sei brani sui nove complessivi, con celebrati standard jazzistici. La line-up è totalmente cambiata e un ruolo importante è svolto dal tastierista Gordon Beck, arrangiatore e protagonista di alcuni spazi solistici. Ma il ruolo del trio resta fondamentalmente di sostegno, e ovviamente il cambio di passo è nettamente percettibile quando il pallino passa nelle mani di Holdsworth, che centellina (a tratti anche troppo…) gli interventi. Pur mantenendo i suoi stilemi, Allan si cala con deferente rispetto nelle interpretazioni di questi classici, e del resto, visto il calibro delle firme selezionate (Coltrane, Henderson, Evans e via dicendo…) la scelta sembra invero la più opportuna. Ne risulta quindi una lettura fedele e al tempo stesso altamente creativa e personale.  Assolutamente strepitosi i suoi assolo in How Deep Is The Ocean, nella delicata Nuages di Django Reinhardt, in Inner Urge, e nell’iniziale esplosiva Countdown, inspiegabilmente sfumata troppo presto, mentre sembrava che il manico stesse letteralmente per prendere fuoco… A completare la scaletta, due originali di Beck ed una versione della beatlesiana Norwegian Wood, unica scelta che lascia perplessi: nella sua disarmante linearità il pezzo ci appare fuori dal contesto, un momento di debolezza in una prova per il resto ottima, che rimane a tutt’oggi unica nella discografia del chitarrista, per la scelta del repertorio jazzistico in senso puro.

Opportunamente rimasterizzati, questi due CD dimostrano ancora una volta che Allan Holdsworth merita di essere collocato nel gotha dei chitarristi contemporanei di area jazz-rock, insieme ai major-distributed Pat Metheny, John Scofield, Bill Frisell…. Una menzione speciale in tal senso al prezioso e ostinato lavoro di Leo Pavkovic: sappiamo che sono in cantiere altre ristampe del chitarrista inglese, meritoria operazione per far conoscere anche alle ultime generazioni, e nella maniera più completa, l’assoluta qualità di questo talentoso interprete delle sei corde.

HARD HAT AREA (MJR 044) 1993 reissued 2012

1. Prelude (1:35)
2. Ruhkukah (5:34)
3. Low Levels, High Stakes (9:05)
4. Hard Hat Area (6::06)
5. Tullio (6:02)
6. House Of Mirrors (7:47)
7. Postlude (5:28)

ALLAN HOLDSWORTH: guitars, synthaxe
STEVE HUNT: keyboards
SKULI SVERRISSON: bass
GARY HUSBAND: drums

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NONE TOO SOON (MJR 043) 1996 reissued 2012
1. Countdown (3:09)
2. Nuages (5:40)
3. How Deep is the Ocean (5:29)
4. Isotope (5:41)
5. None Too Soon Pt. I / Interlude / None Too Soon Pt. II (7:42)
6. Norwegian Wood (5:55)
7. Very Early (7:40)
8. San Marcos (3:22)
9. Inner Urge (6:15)
ALLAN HOLDSWORTH: guitars, synthaxe
GORDON BECK: keyboards
GARY WILLIS: bass
KIRK COVINGTON: drums

Holdsworth/Pasqua/Haslip/Wackerman – Blues for Tony

tonyMJR 029 (2 CD)

 

Allan Holdsworth (chitarre) – Alan Pasqua (tastiere) – Jimmy Haslip (basso) – Chad Wackerman (batteria)

Fedele testimonianza live di un tour del 2007, che ha preso spunto dalla passata militanza di Allan Holdsworth ed Alan Pasqua nel New Tony Williams Lifetime, questo “Blues for Tony” documenta come meglio non si potrebbe la smagliante forma dei quattro e la loro perfetta interazione sul palco.

Se in prima analisi è opportuno soffermarsi sulle intatte doti, al limite del sovrannaturale, del chitarrista di Bradford, autentica pietra angolare del jazz-rock passato e contemporaneo, ideale unione fra virtuosismo, sintesi ed espressività, va messa a nostro avviso in rilievo anche l’eccellente e matura prova del tastierista Alan Pasqua, impeccabile nelle esecuzioni ed ispirato sul versante compositivo, equamente suddiviso nella scaletta con Holdsworth.

Completato dal possente e misurato sostegno del basso di Jimmy Haslip, e dal fantasioso e solido drumming di Chad Wackerman, noto per la sua lunga collaborazione con Frank Zappa, “Blues for Tony” è un percorso che regala un’ascolto fluido ed avvincente, un’innovativa e ricca rilettura del catalogo jazz-rock e fusion.

Tutto il disco mantiene un’elevata intensità, sia negli episodi dal passo più serrato (l’iniziale title-track con Chad in grande spolvero, la prima parte della collettiva impro It must be jazz, Protocosmos, il gran finale funky di Red Alert) che nei momenti più rilassati o meditativi (The Fifth, a firma di Wackerman, impreziosito da un bel solo di basso a introdurre il successivo, devastante intervento di Allan; la seconda parte della già citata impro, con la sei corde ancora in evidenza; il piano solo acustico di To Jaki, George and Thad, ulteriore dedica ai maestri Byard, Russel e Jones).

Eccellente anche la qualità dell’incisione, per cui null’altro da dire, se non Highly Recommended

Alfonso Tregua

01. Blues for Tony; 02. The Fifth; 03. It Must Be Jazz; 04. Fred; 05. Guitar Intro 06. Pud Wud; 07. Looking Glass; 08. To Jaki, George and Thad; 09. San Michele; 10. Protocosmos; 11. Red Alert


Moonjune Records

www.moonjune.com

di Alfonso Tregua

La Moonjune Records è una piccola etichetta indipendente, con sede a New York, che spazia in un’area di confine fra jazz, prog e jazz-rock, muovendosi lungo due direttrici nella scelta dei musicisti: da un lato, documentare l’attività più recente di firme di rilievo assoluto ormai consacrate  (Elton Dean, Hugh Hopper, Phil Miller, Geoff Leigh, Elliott Sharp); dall’altro, dare spazio a realtà meno note, ma di elevata qualità tecnica e artistica.

Fin dagli esordi è evidente questa duplicità di intenti: le prime tre produzioni, del 2001, sono infatti il prezioso Bar Torque, che vede in azione il saxello di Elton Dean affiancato dai suoni eterei del chitarrista Mark Hewins, e due dischi live opera di due (semi)sconosciute prog-band italiane, i Finisterre e i DFA.

Questi ultimi, in tempi successivi, troveranno ancora spazio nel catalogo con la ristampa dei loro primi due dischi nel box set Kaleidoscope, e soprattutto con la pubblicazione dell’eccellente 4th, lavoro in studio di notevole spessore e maturità.

Il lavoro che darà maggiore visibilità all’etichetta arriva nel 2005, con Gospel for J.P. III, tributo a Jaco Pastorius che vede coinvolti grossi nomi come Hiram Bullock, Bireli Lagrene, Marcus Miller, Bob Mintzer, John Patitucci, Mike Stern.

Il buon successo commerciale del disco dà ossigeno ai nuovi progetti del poliedrico Leo Pavkovic, inventore e producer di questo catalogo, che può così dedicarsi con più vigore alle sue “vere” passioni.

Le tre uscite successive, infatti, sono nel segno delle emanazioni passate e presenti del fondamentale capitolo Soft Machine: ben due CD per la recente Soft Machine Legacy (i due veterani Hopper e Dean, con il batterista della “fase post-Wyatt” JohnMarshall ed il chitarrista John Etheridge), catturata dal vivo a Zandaam nel 2004, e successivamente in studio nel 2006.

Ad intervallare le due novità, Soft Machine Floating World Live, storica ripresa di un buon concerto a Brema nel 1975, con la line-up dell’album Bundles. Le composizioni sono in gran parte di Karl Jenkins, anche se non mancano (per fortuna) le ultime folate dell’inconfondibile tastiera di Mike Ratledge: a completare il tutto, i funambolismi chitarristici di un Allan Holdsworth in autentico stato di grazia, strepitoso nei suoi solo ed incisivo anche al violino (!).

A seguire, l’ottimo The Unbelievable Truth, dal taglio più jazzistico, che assume anche una triste valenza di addio ad Elton Dean, scomparso dopo soli quattro mesi da questa registrazione live, dell’ottobre 2005, che lo vede affiancato al quintetto belga The Wrong Object. Nonostante l’assenza di prove prima del concerto, l’interplay fra i sei musicisti è la carta vincente del disco, sia nei momenti strutturati con maggior rigore (la classica Seven For Lee, la pacata ballad Baker Treat’s, entrambe dovute alla penna del sassofonista inglese), che nelle fasi più libere e roventi, come la title-track, del chitarrista Michel Delville, e la riuscita impro Millennium Jumble.

Continuando in ordine cronologico, da segnalare First Live in Japan degli Arti & Mestieri, band di culto nel panorama progressive anni’ 70, seguitissima a tutt’oggi soprattutto in Oriente. Il disco mette in luce le immutate doti di virtuosi del tastierista Beppe Crovella e del drummer Furio Chirico, storiche colonne portanti del gruppo. La scaletta propone quasi esclusivamente i classici da Tilt (1974) e Giro di Valzer per domani (1975), dovuti in buona parte alla vena compositiva di Gigi Venegoni, indimenticato (e ancora attivo) chitarrista della formazione originaria, che lasciò nel 1976 per dedicarsi al progetto Venegoni & Co.

Siamo ormai nel 2007: da qui in poi, una proficua accelerazione produttiva vede l’uscita, in rapida successione, di una decina di titoli in due anni scarsi: notevole anche il passo avanti nella qualità tecnica e raffinatezza delle incisioni, con un più massiccio ricorso alle sessioni di studio.

Dopo aver rimandato alle recensioni dettagliate, ai link che trovate di seguito, per Numero D’Vol e Dune di Hugh Hopper, Patahan dei SimakDialog, Dedicated to you... del Delta Saxohone Quartet, Stories From The Shed di The Wrong Object, ed il già citato 4th dei DFA, resta da dedicare la dovuta attenzione ad altri due CD.

Eccellente Conspiracy Theories di Phil Miller, con il raffinato chitarrista spalleggiato da un ampio organico di straordinaria caratura, che in aggiunta al nucleo degli In Cahoots (Pete Lemer e Fred Baker) compendia una gran fetta di storia del Canterbury sound (con Annie Whitehead e Didier Malherbe, e le seppur brevi partecipazioni di Dave Stewart, Barbara Gaskin, Richard Sinclair) mettendo in luce una efficace front-line con i più giovani Simon Picard e Simon Finch. Una bella prova di sapienza compositiva, una delle pagine più riuscite nella discografia da titolare dell’ottimo Phil.

Bello anche Steam, capitolo jazz-rock di robusto impianto dovuto alla nuova Soft Machine Legacy. Ferma restando l’unicità dello scomparso Elton Dean, ben riuscita appare la scelta di rimpiazzarlo con il duttile multistrumentista Theo Travis, che si districa con buona vena tra sassofoni, flauti e loops, costruendo in più punti suggestivi tappeti sonori che aggiungono, alle tipiche sonorità del gruppo, atmosfere in stile Gong.

In attesa dei prossimi capitoli…