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Dennis Rea – Giant Steppes (2021)

MJR 109

Già protagonista in numerose incisioni dell’etichetta Moonjune, in gruppi diversi quali Moraine, Iron Kim Style, Zhongyu,  il chitarrista Dennis Rea propone qui un compendio di quella che da una decina di anni è la sua principale fonte di ispirazione artistica e di vita, ovvero l’esplorazione della musica e dei territori dell’Asia Centrale.

Il disco è accompagnato infatti anche da un ebook gratuitamente disponibile http://blueearbooks.com/books/tuva-and-busted/ , incisivo racconto di un’esperienza che, come si diceva, trascende il mero evento musicale per diventare essenza e spiritualità, sostanza dell’esistenza.

Nei 4 lunghi brani che compongono il disco, vengono rielaborati materiali della tradizione Russa e di Tuva, interpolando al canto di gola e ai tipici melismi asiatici sonorità rock e landscape sonori, heavy prog e registrazioni sul campo. Ne viene fuori un felice risultato, ricco di momenti intensi sia nelle fasi più semplici ed essenziali dei riff pentatonici, che negli sviluppi più astratti e vicini alle radici da cui questo viaggio sonoro prende vigore, producendo un’espressione musicale rinnovata e rispettosa nel contempo.

Si apre con Live at Gaochang che dall’iniziale impronta jazzistica dei sax di Dick Valentine evolve nel canto terragno e antico del didgeridoo di Stuart Dempster (che ricordiamo già sodale della grande Pauline Oliveros). Il materiale tematico tradizionale, affidato prevalentemente alla chitarra del leader e al controcanto dei sax, incede con ritmo inizialmente lento, scandito dalle percussioni di Don Berman e arricchito da scarni echi di coloriture elettroniche, per poi concludere in progressivo crescendo.

Altai By and By colpisce subito con la meravigliosa vocalità di Juliana e PAVA, ensemble vocale di musica folklorica Russa che qui è principale protagonista, con le chitarre del leader che si insinuano aggiungendo intensità alla già eccellente sostanza della materia musicale di base. Di grande impatto emotivo.

Si continua con la cavernosa voce del cantante Albert Kuvezin ad aprire Wind of the World Nest, scanzonata composizione in stile tuvano di Dennis Rea. Un piacevole intermezzo rock, più occidente che oriente, che chiude con lo spettacolare intervento di gola del vocalist.

E infine The Fellowship of Tsering, che mescola il sapore di un’ingenua suite in stile prog primi anni ’70 agli ostinati e oscuri richiami sonori dell’elettronica di Steve Fisk, sviluppandosi in puro ritmo e rumore intorno alla metà dei 14′ totali, con il profondo canto di gola di Kuvezin ancora protagonista, per poi avviarsi alla conclusione in maniera più conciliante e tonale, chiudendo il cerchio con lo stesso materiale usato in apertura del brano.

Fra le migliori uscite del 2021, al momento. Recommended record.

1. Live at Gaochang (Uyghur traditional, arr. Dennis Rea) 16:39
Dennis Rea (electric, resonator, and ‘Mellotron’ guitars)
Dick Valentine (alto and sopranino saxophones)
Greg Kelley (trumpet)
Stuart Dempster (didgeridoo)
Greg Campbell (electric French horn)
Don Berman (drums, percussion)
Sources: “Yaru, “Morning,” and “Ejem,” from the 1980s collection Uyghur Music of Xinjiang.

2. Altai By and By (Russian traditional, arranged by Juliana Svetlitchnaia / Dennis Rea) 08:46
Dennis Rea (electric guitar)
Juliana & PAVA (vocals and hurdy-gurdy)
Sources: “I Was Angry” and “My Dear Bridesmaids,” two Russian songs from Altai Krai in the heart of Russian Central Asia, as arranged by the Seattle-based Russian folkloric vocal ensemble Juliana and PAVA (www.ethnorussia.com/pava.htm).

3. Wind of the World’s Nest (Dennis Rea / Tuvan traditional; lyrics: Galsan Tschinag) 09:56
Dennis Rea (electric guitar, ‘throat guitar’)
Albert Kuvezin (voice)
Dick Valentine (alto saxophone, flute)
Wadim Dicke (electric fretted and fretless basses)
Brian Oppel (drums)
Source: Contains a fragment of the Tuvan traditional song “Baezhin” but otherwise is original music in a Tuvan vein by Dennis Rea.

4. The Fellowship of Tsering (Jampa Tsering, arranged by Dennis Rea) 14:07
Dennis Rea (electric and organ guitars, kalimba)
Greg Powers (dungchen horn)
Albert Kuvezin (vocal)
Dick Valentine (flute)
WadimDicke(electric bass)
Steve Fisk (keyboards, sounds rhythms, creative processing)
Daniel Zongrone (drums, percussion)
Tibetan prayer flag and prayer wheel field recordings courtesy of Avosound.

 

 

Stick Man – Owari

MJR 106

Owari di Stick Man, live performance registrata in Giappone al jazz club Blue Note Nagoya il 28 febbraio 2020, resta l’unico documento sonoro di un programmato Far East tour, con una decina di date inizalmente previste fra Cina e Giappone, cancellato causa restrizioni dovute al Covid-19 . Il trio base, con i veterani Tony Levin al Chapman Stick e Pat Mastellotto alla batteria, protagonisti diretti della saga Crimsoniana negli anni ’90, e l’allievo di Fripp Markus Reuter alla touch guitar, è qui ampliato e integrato dalle tastiere di Gary Husband.

Il risultato complessivo, nonostante le poche ore ore di prove e soundcheck, è veramente eccellente: dal punto di vista tecnico la qualità del suono è analoga ad una registrazione in studio, e le prestazioni strumentali non sono da meno.

Il quarto elemento Husband si inserisce nel contesto con naturalezza, con efficaci interventi di synth che vanno a vivacizzare e rinfrescare, ad esempio, la classica Larks Tongues in Aspic, part II. A seguire, l’insinuante riff di Schattenhaft e la rilassata Crack In The Sky, con la voce ruvida di Levin e l’incisivo solo di Reuter, compongono una terna encomiabile per intensità della performance. La pulsazione oscura del classico Prog Noir segue l’impro collettiva della title track, e ampi spazi improvvisativi si ritrovano anche nello svolgimento pacato della malinconica Swimming in T.

La logica chiusura della scaletta e dell’ascolto, in bello stile, è consegnata dal possente impatto energetico di Level 5.* Un disco consigliato, al tirar delle somme, valido sia come compendio per i neofiti, che come aggiunta alla collezione per i fan del gruppo.

*(Un po’ ridondante infatti, la lunga impro della bonus track The End of The Tour, piazzata a mo’ di postilla in coda al CD).

OWARI Track List and Credits CD Deluxe Edition:

1. Hajime (Peace) 5:19
2. Hide the Trees 6:44
3. Cusp 4:52
4. Larks‘ Tongues in Aspic, Part II 6:22
5. Schattenhaft 4:28
6. Crack in the Sky 5:33
7. Owari 5:36
8. Prog Noir 6:16
9. Swimming in T 9:02
10. Level 5 6:46
11. Bonus Track: The End of the Tour 16:06

Tony Levin: Chapman Stick, voice
Pat Mastelotto: Acoustic and electronic drums & percussion
Markus Reuter: Touch Guitars® AU8, soundscapes
Gary Husband: Keyboards

Mixed and mastered by Stefano Castagna at Ritmo&Blu studios

Produced by Markus Reuter for Stick Men

(c) & (p) 2020 Stick Men Records, MoonJune Records

Markus Reuter Oculus – Nothing is Sacred

MJR 105

Un lavoro molto particolare, questo NIS a firma del Markus Reuter OCULUS. Il progetto appare all’ascolto totalmente improvvisato, ma in realtà dal punto di vista compositivo è interamente attribuito al leader. In pratica vengono date ai musicisti regole atte a non consentire il processo improvvisativo in termini canonici; lo scopo è creare comunque armonie e melodie inconsuete, ma all’interno di una griglia ritmica e tessitura sonora unificanti, rappresentate (forse) dal semplice schema riportato nell’interno di copertina.

Il quartetto di base che agisce durante la performance è il power trio con l’aggiunta del violino di David Cross. A questo strato sonoro di partenza si aggiungono poi le sovraicisioni di Mark Wingfield e Robert Rich.

Il risultato è un saporito calderone di pietanze, una sorta di ripresa del primo Miles elettrico mescolato con l’immancabile filone crimsoniano.  L’alto tasso energetico garantito dal poderoso drive di Asaf Sirkis trova ideale contrappunto nell’altrettanto potente spinta dei pattern neo funky del basso di Fabio Trentini.  All’interno di questo tessuto vengono poi ricamate le classiche texture-landscape, che il chitarrista tedesco ha ormai “metabolizzato” in tutta la sua produzione: in tal senso, la title track compendia la sostanza sonora appena descritta, mantenendo un’impronta assolutamente prog, e scatenando ovviamente gli efficacissimi guitar solo del leader e di Mark Wingfield, fino a smarrire leggermente il controllo intorno ai 10′, con Trentin a riprendere poi le fila della coerenza espressiva fino al graduale dissiparsi dei suoni nel finale.

The Occult parte e si svolge più pacato per la prima metà, un po’ come un Thela Hun Ginjeet leggermente rallentato, con le percussioni a disegnare uno spazio ampio e circolare dove innestare poi le textures: la trama sonora si potenzia e infittisce poi nella seconda parte del brano, sempre innescata dal groove dettato da Trentin.

Come un Giano bifronte, quasi a prendere un lungo, meditativo respiro le precedenti scorribande, il resto del disco vede dilatate sonorità space-age quale principale essenza di Bubble Bubble Bath (Wink), e della successiva Solve et Coagula, più corposa nell’insieme ma egualmente rilassata. Basso e batteria distillano con più parsimonia gli interventi, giocati più in chiave coloristica che ritmica. E a degna chiusura di questo lavoro Bubble Bubble Bubble Song (Sighs), caratterizzata nel finale dal toccante timbro del violino di David Cross.

Nothing is Sacred (Dice II) – The Occult (Dice I) – Bubble Bubble Bubble Bath (Wink) – Solve et Coagula (Ghost I) – Bubble Bubble Bubble Song (Sighs).

Markus Reuter: Touch Guitars® AU8, soundscapes, keyboards                                                     David Cross: Fender Rhodes, electric violin                                                                                         Fabio Trentini: bass                                                                                                                                              Asaf Sirkis: drums, percussion                                                                                                                    Mark Wingfield: electric guitar                                                                                                                  Robert Rich: textures.

Markus Reuter – Sun Trance (2020)

MJR 104

Un sestetto di “mallet instruments”, affiancato da clarinetto basso e ritmica tradizionale, qui ripresi dal vivo a dare sostanza ad una composizione di Markus Reuter , a metà fra il minimale ed il post-rock, dove la scansione ritmica uniforme degli strumenti a percussione si integra al meglio con il virtuosistico e intenso guitar solo, in perfetto stile e timbro crimsoniano, che parte intorno al minuto 15 e caratterizza da lì in poi, quasi senza soluzione di continuità, la lunga suite che chiude poi in rallentando, con graduale rarefazione dei suoni, intorno ai 37′.

Un lavoro succinto ma interessante, per la sua caratteristica di discontinuità rispetto alle recendi produzioni di Markus Reuter.

Dennis Kuhn: Vibraphone
Ti-Hsien Lai: Vibraphone
Luis Andrés Chavarría Báez: Glockenspiel
Lukas Heckmann: Glockenspiel, Shaker
Marius Fink: Crotales, Shaker
Oğuz Akbaş: Crotales, Shaker
Maria Wunder: Bass Clarinet
Patrick Baumann: Electric Guitar
Johannes Engelhardt: Electric Bass
Hye-Rim Ma: Synthesizer
Linda-Philomène Tsoungui: Drums
Markus Reuter: Touch Guitars® AU8, Soundscapes

Giulio Scaramella trio – Opaco

 

Artesuono Art 194

La scelta del trio drumless, piano contrabbasso e sassofoni, fornisce in maniera diretta le coordinate sonore lungo cui si muove “Opaco”, a firma del pianista Giulio Scaramella. Un progetto che, pur se a tratti richiama la solida preparazione accademica del leader (la breve rendition dell’ostinato pianistico Musica Ricercata VII di G. Ligeti, qui arrangiato per l’intero organico), nella maggior parte si  configura in maniera di camerismo contemporaneo di forma jazzistica, rilassato e nel contempo sempre dotato di opportuna bussola ritmica, equamente distribuita fra la tastiera e le corde.

Unico momento più astratto è Frammento, breve sonata dall’incipit tardo romantico che evolve poi in lievi dissonanze e infittisce i suoni nel finale.

Il fraseggio pianistico è fluido e swingante (la conclusione di Over the bar, Time flies dall’andamento bluesy) ma anche più pensoso e consapevole, maggiormente articolato nella struttura armonica, come nella title track posta in apertura del disco, e in Know you Knots, dove è davvero bello e incisivo il bass solo di Mattia Magatelli.

Gli standard sono due: la coltraniana Naima, che vivacizza il ritmo dell’originale grazie al walking bass e distribuisce il notissimo tema con piccole sfasature attraverso le battute, dando una opportuna nota di freschezza a un brano molto (troppo?) frequentato: in chiara evidenza il tenore di Federico Missio, a cui è dato giustamente il maggior risalto nell’occasione. E a chiudere, una clamorosa Petit Fleur, omaggio a Sidney Bechet dove si esplicita puro e semplice quello che il mai abbastanza ricordato Massimo Urbani avrebbe definito IL CANTO*.

Tra i riferimenti jazzistici citati dall’autore, Fred Hersch, Bill Evans, Danilo Perez, e paiono abbastanza evidenti; per ovvia filiazione citerei anche il trio Giuffre/Bley/Swallow e a titolo personale, forse a livello più nascosto in alcune soluzioni armoniche, Luca Flores, Stefano Battaglia e… Ralph Towner.

01 Opaco 02 Musica Ricercata VII 03 Know you Knots 04 Over the Bar 05 Time Flies                      06 Frammento 07 Naima 08 The Wall 09 Petite Fleur

Giulio Scaramella piano

Federico Missio tenor, alto & soprano sax

Mattia Magatelli double bass

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* da una bella e corposa intervista a Jazz from Italy, dove il compianto Gianni Lenoci parla del disco realizzato dal suo trio insieme a Massimo Urbani e un quartetto d’archi; chi volesse può leggerla integralmente a questo link

[…]*Avremmo provato e registrato direttamente varie takes. Il tutto in diretta. Quasi tutti i brani appartenevano al repertorio di Urbani che suonavamo abitualmente, con l’eccezione di The Summer Knows di Michel Legrand e A Time for Love di Johnny Mandel  che avevo mutuato dal repertorio di Bill Evans  e che sotto l’aspetto squisitamente emotivo li sognavo interpretati da Massimo Urbani. Stavo realizzando una visione. Chiaramente, Massimo non ha  le sue parti, dimenticate chissà dove. L’aspetto interessante è che mi chiede di riscriverle escludendo le sigle degli accordi: “A Già, scriveme solo IL CANTO”.[…]