Archivio mensile:gennaio 2018

Dominique Vantomme – Vegir

MJR 090

Un riff liquido del Fender Rhodes che richiama alla mente, per vaga analogia, un incipit del maestro Ratledge (a voi scoprirlo…): in rapida successione l’ingresso del poderoso basso di Tony Levin, con un’elegante fraseggio sostenuto dal tempo medio, qua e là punteggiato da lievi controtempo, della batteria di Maxime Lessens. Il tutto in graduale progresso di intenità sonora, fino a sfociare nel penetrante guitar solo di Michel Delville. Il pezzo è Double Down, opening di grande impatto per Vegir, lavoro interamente firmato da Dominique Vantomme, al suo esordio con l’etichetta di Leo Pavkovic.

Pur restando più spesso dietro le quinte che in primo piano, lasciando ampi spazi in tal senso ai compagni di percorso impegnati alle corde, il tastierista belga mostra gran disinvoltura e gusto negli interventi solistici, sia al Mini Moog (Equal Minds, con intrigante chiusura rumoristica) che al Rhodes, con egregi risultati ad esempio in The Self Licking Ice-cream Cone

Il materiale tematico, fin troppo lineare, non riserva particolari sorprese: la sostanza del disco è tutta nelle lunghe e ben riuscite sequenze improvvisative, dove, ben sostenuto dal “marchio di qualità” Levin, appare davvero in gran forma Michel Delville. Prende forma e corpo nei suoi solo un ideale compendio di un Hendrix appena appena “ripulito”, e un di Rypdal poco più sanguigno della norma. Entrambi, del resto, amori dichiarati e fonte di ispirazione per il grande axeman di Liegi.

Un’ora e un quarto che scorre via facile, senza mai pigiare il tasto stop.

1.Double Down 07:36
2.Equal Minds 10:19
3.Sizzurp 10:45
4.Playing Chess With Barney Rubble 09:04
5.The Self Licking Ice-cream Cone 13:08
6.Plutocracy 04:38
7.Agent Orange 09:46
8.Emmetropia 09:00

DOMINIQUE VANTOMME: Fender Rhodes Electric Piano, Piano, Mini Moog, Mellotron
MICHEL DELVILLE: Electric Guitar
TONY LEVIN: Bass Guitar, Chapman Stick
MAXIME LENSSENS: Drums

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Hobby Horse – Helm

AU9069

Gruppo in attività da otto anni circa, Hobby Horse realizza una produzione assai valida, vero e proprio collettivo sonoro nella totale parità dei ruoli assegnati ai tre musicisti, anche se è il sassofonista Dan Kinzelman a rivestire il ruolo di principale compositore.

Ostinati loop elettronici a sostegno di materiali tematici spesso scarni ed essenziali, e grande attenzione allo sviluppo delle parti solistiche, con particolare enfasi del lavoro percussivo-creativo di un eccellente Stefano Tamborrino.

I brani prendono forma per progressivo accumulo, più spesso energetici ma anche sommessi e meditativi (Cascade), capaci di inaspettati spunti di lirismo come nel finale di Buckle, ma sempre comunque innervati da una opportuna pulsazione ritmica.

Oltre ai pregevoli originali, i tre si/ci concedono il piacere di ascoltare una bella versione di Born Again Cretin, con annessa voce registrata del maestro Wyatt. E a chiudere il tutto, la lenta, profonda e tribale Amundsen va a sfociare nella poderosa costruzione Evidently Chickentown, che prendendo le mosse dallincalzante rap di John Cooper Clarke sviluppa una ipnotica e lunghissima sequenza minimalista, richiamando alla memoria il seminale Come Out di Steve Reich.

Dan Kinzelman tenor saxophone, clarinets, electronics, voice
Joe Rehmer basses, electronics, voice
Stefano Tamborrino drums, electronics, voice