Archivio mensile:settembre 2013

Pat Metheny – Tap / The Book of Angels vol. 20 (2013)

metheny_zornTzadik #8307

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Nella monumentale produzione da compositore di John Zorn è ormai complicato districarsi, pur limitandosi alle sole opere più recenti (quasi tutte documentate dalla Tzadik), e senz’altro ai limiti dell’impossibile ascoltare integralmente i nuovi capitoli delle varie saghe. Giusto per esemplificare, con i Filmworks siamo più o meno a venticinque uscite discografiche, dei vari MASADA (in studio, live, anniversary edition del gruppo, 50esimo compleanno dell’autore e via dicendo) si contano una trentina di titoli.

Il lavoro appena uscito desta però un’interesse particolare, poichè affida il ventesimo volume dell’ideale seguito di MASADA, “The Book of Angels”, al plettro (e non solo) del quasi insospettabile Pat Metheny, lasciando per una volta nei box fidati collaboratori come Marc Ribot, Jamie Saft, Cyro Baptista… non temete, non li elencherò tutti.

Quasi insospettabile, perchè in realtà il chitarrista americano non è nuovo a brusche digressioni dalla sua brillante carriera principale, nella quale si afferma come musicista di riferimento nel moderno mainstream. Fra i progetti più avventurosi, basterà ricordare l’aspro “Song X” (1985) con Ornette Coleman, l’incredibile elogio del rumore “Zero Tolerance for Silence” in solo (1994), ed Electric Counterpoint di Steve Reich (1989) dove il virtuosismo di Pat arricchisce a livello armonico il tessuto minimalista della composizione, con il magistrale uso di 13 chitarre in sovrapposizione.

Ciò premesso, va detto che anche stavolta, pur se il lavoro non mostra sempre uguale intensità, la scommessa è da considerarsi vinta. Metheny riesce a calarsi con la dovuta concentrazione nella sottesa spiritualità delle composizioni proposte, lasciandovi il proprio segno distintivo con la leggera naturalezza che lo contraddistingue. Grande impatto già in apertura con Mastema, dove spicca nell’arsenale di strumenti modificati la Sitar Guitar attorniata da sonorità appena distorte, il tutto ben sostenuto dal potente drumming di Antonio Sanchez. Si prende fiato con l’acustica Albim, dove il tipico sapore ebraico delle frasi è declamato con tono sommesso, reso ancor più malinconico dall’uso del bandoneon: il lavoro percussivo si svolge principalmente con uso di spazzola e piatti.

In Tharsis lo svolgimento è più lineare, e dopo l’esposizione del tema Pat indulge nell’uso delle timbriche che rappresentano da tempo il tratto caratteristico di molti dei suoi assolo. Degna di nota, nella successiva Sariel, soprattutto la parte conclusiva che gradualmente trasforma l’impianto del brano in un intenso sprazzo di pura impro, con annessa (apparente) perdita di controllo degli eventi.

Ancora un respiro profondo con Phanuel, forse l’episodio più riuscito nella sua alternanza di lievi cupezze e aperture più aeree, col materiale tematico sapientemente occultato da suggestive tessiture landscape; a chiudere il tutto la spiazzante Hurmiz, che confeziona un finale fuori contesto e sotto tono, con Metheny impegnato soprattutto alle tastiere, dove mostra tecnica poco ortodossa e alquanto approssimativa, in una febbrile improvvisazione di 6′ circa che si conclude con l’urletto di una voce infantile (la figlia di Pat). Certo, un musicista di tale statura può concedersi anche di strafare, ma se la piccolina avesse detto stop, come sembra, non potremmo che essere d’accordo, per una volta…..

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In the monumental production by composer John Zorn is now difficult to disentangle, even confining itself only to the most recent works (almost all documented by Tzadik), and certainly to the limits of the impossible listen in full the new chapters of the various sagas. Just to illustrate, with Filmworks we have more or less twenty-five record releases, of the various MASADA (in the studio, live, anniversary edition of the group, the 50th birthday of the author, and so on) there are about thirty titles.
 
The work just released, however, arouses particular interest, as it relies on the plectrum (and not only) of almost unsuspected Pat Metheny, the twentieth volume of the ideal following of MASADA, “The Book of Angels”, leaving for a time in the box trust collaborators such as Marc Ribot, Jamie Saft, Cyro Baptista … do not worry, will not list them all.
 
Almost unexpected, because in reality the American guitarist is no stranger to sudden digressions from his main career, which states him as a reference musician in the modern mainstream. Among the projects more adventurous, enough to recall the sharp “Song X” (1985) with Ornette Coleman, the incredible praise of noise “Zero Tolerance for Silence” solo (1994), and Electric Counterpoint by Steve Reich (1989) where the virtuosity of Pat enriches the minimalist tissue of the composition, with the masterful use of 13 overlapping guitars.
 
That said, it must be said that this time, even if the work does not always show the same intensity, the bet is considered won. Metheny goes, with due concentration, into underlying spirituality of the proposed compositions, leaving his distinctive mark with the natural light that characterizes him. Great impact already in the opening with Mastema, where it detaches in the arsenal of modified tools the Sitar Guitar, surrounded by sounds just distorted, all well supported by the powerful drumming of Antonio Sanchez. It takes a breath with the acoustics Albim, where the typical taste of the Hebrew phrase is recited in a hushed tone, made even sadder by the use of the bandoneon: percussive work is mainly carried out with the use of brush and cymbals.
 
Tharsis is more linear, and after the presentation of the theme Pat indulges in the use of timbre that represent long been the hallmark of many of his solos. Worthy of note, in the subsequent Sariel, especially the concluding part that gradually transforms the song into an intense flash of pure impro, with attached (apparent) loss of control of the events.
 
Another deep breath with Phanuel, perhaps the most successful episode in its alternation of delicate darkness and light, with thematic material cleverly occulted by suggestive landscape textures; close all the bewildering Hurmiz, which packs a final out of context and under tone, with Metheny engaged especially on keyboards, where he shows unorthodox and somewhat rough tecnique, in a feverish improvisation about 6′ long, closing with a little scream of a child’s voice (the daughter of Pat). Of course, a musician of such stature can also enjoy overdoing it, but if the little girl had said stop, as it seems, we could not but agree, for once …..

Pat Metheny: Orchestra Bells, Orchestrionic Marimba, Keyboards, Piano, Bass, Tiples, Sitar Guitar, Baritone Guitar, Acoustic And Electric Guitars, Bandoneon, Percussion, Electronics, Flugelhorn
Antonio Sanchez: Drums

1. Mastema
2. Albim
3. Tharsis
4. Sariel
5. Phanuel
6. Hurmiz
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Pierluigi Balducci – Blue from Heaven (2012)

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Virtuoso con misura, è questa la cifra stilistica di Pierluigi Balducci. Giunto alla sesta produzione a proprio nome, il bassista mette in evidenza impeccabile tecnica e gusto armonico che si concretizza in frasi dalla cantabilità mai banale. L’organico qui impegnato, al di là dell’elevata caratura che rende superflua ogni presentazione, si rivela perfettamente in sintonia con le scelte del leader, determinando la felice riuscita del progetto. Sia le ance di Paul McCandless che il piano di John Taylor sono infatti intrisi di elegante classicità, ed il loro apporto appare particolarmente ispirato e determinante fin dalla breve e lirica Introduction, che con la sinuosità della sua linea melodica introduce l’ingresso del quartetto nella movimentata The Light of Seville, dove gli eccellenti solo sono ben sostenuti dal lavoro percussivo di Michele Rabbia, che nel contesto mostra grande duttilità, adattando e contenendo il suo ben noto estro creativo.

Il repertorio va ascritto quasi interamente a Balducci, con due eccezioni: Our Spanish Love song, dove il suo tocco richiama alla mente un altro eccellente bassista italiano specializzato nello strumento elettrico, Marco Siniscalco, e Unrequited, con le quattro corde ancora sotto l’occhio di bue nella fase centrale, e il soprano di McCandless che va a concludere perentorio il discorso.

Saggiamente parco anche nella durata totale (di stampo vinilico, affinchè ci si congedi non ancora sazi…), il disco riserva nella parte finale momenti assai incisivi, con la sezione ritmica che svolge il ruolo di primo piano in The Sky over Skye, mentre a seguire è John Taylor a mettersi in luce col suo fraseggio cristallino nella toccante L’equilibrista (a Ernst Reijseger), dedica di Balducci ad un altro grande musicista, suo compagno di avventura in passato ne “Il peso delle nuvole”: testimonianza di percorsi forse più angolari prima di giungere all’attuale lido, sereno e pacificato, ma ugualmente significativo e stimolante all’ascolto.

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Virtuoso with measure, this is the signature style of Pierluigi Balducci. Now in its sixth production in its own name, the bassist man highlights impeccable technique and harmonious taste that is realized in cantabile phrases, never ordinary. The headcount involved here, beyond the high caliber that dispenses each presentation, is revealed in perfect harmony with the decisions of the leaders, resulting in the successful outcome of the project. Both reeds by Paul McCandless and piano by John Taylor are in fact imbued with elegant classicism, and their contribution is particularly inspired and decisive since the short and lyrical Introduction, which with its sinuous melody line introduces the entrance of the quartet in the eventful The Light of Seville, where the excellent solos are well supported by the drum work by Michele Rabbia, who shows in this context great flexibility, adapting and containing his well-known creative talent.
The repertoire should be attributed almost entirely to Balducci, with two exceptions: Our Spanish Love Song, where his touch brings to mind another great Italian bassist specialized in electric instrument, Marco Siniscalco, and Unrequited, with the four strings still in evidence in the middle of the stuff, and the soprano of McCandless that goes to conclude in peremptory way.
Wisely brief in total duration (as a vinyl, so that you leave not yet satisfied …), the disc reserves in the final some other punchy moments, with the rhythm section that plays the leading role in The Sky over Skye, and then John Taylor to shine with its crystal clear phrasing in L’equilibrista (a Ernst Reijseger), Balducci’s dedication to another great musician, his companion of adventure in the past in “Il peso delle nuvole, remembering more angular musical paths before reaching the current shore, serene and peaceful, but equally significant and inspiring.
Paul McCandless oboe, soprano sax;  John Taylor piano
Pierluigi Balducci electric bass; Michele Rabbia drums, percussions
Tutti i brani sono di Pierluigi Balducci tranne
Unrequited (B. Mehldau) e Our Spanish Love Song (C. Haden)
1. Introduction
2. The light of Seville
3. Fin de Siecle
4. Unrequited
5. Life in three sketches
6. Blue form heaven
7. The sky over Skye
8. L’equilibrista (to Ernst Reijseger)
9. Our spanish love song
10. The light of Seville (alt. take)

Carla Bley Trios live in Munchen

In occasione dell’imminente uscita di Trios (ECM 2287), il nuovo album di Carla Bley con Steve Swallow e Andy Sheppard, può essere interessante la visione di questo set registrato nel 2002 a Monaco con la stessa formazione

Qui di seguito la scaletta, (il minutaggio dà approssimativamente l’indicazione dell’inizio, e non la durata del singolo brano)

1. 440 01:14 / 2. Baby Baby 09:51 / 3. Chicken 17:37 / 4. Waters Of March 25:29 / 5. The National Anthem: OG can UC – Flags – Whose Broad Stripes – Anthem – Keep It Spangled 32:34 / 6. Hip Hop 54:58 / 7. Les Trois Lagons: XVII – XVIII – XIX (d’après Henri Matisse) 1:03:14 / 8. The Lone Arranger 1:19:46 / 9. Wrong Key Donkey – Donkey 1:29:05 / 10. Lawns 1:41:49

Pomigliano Jazz Festival 2013, il programma completo

A pochi giorni dall’avvio, è stato pubblicato il programma definitivo del Pomigliano Jazz Festival 2013. Le date vanno dal 18 al 22 settembre, con l’anteprima del giorno 15 affidata a Ludovico Einaudi (non poteva mancare almeno un concerto che nulla ha a che vedere con il jazz).

Anche quest’anno struttura itinerante in vari comuni, ad una prima lettura appare particolarmente stimolante l’appuntamento del 19 con il trio D’Andrea/D’Agaro/Ottolini. Desta curiosità anche la presenza dell’ottantaquattrenne Benny Golson, che si esibirà nella serata del 21.

Per il resto, le consuete presenze di jazzisti campani (trio Nastro, Onorato, M. Zurzolo il 18, la ONJ che affianca il ritorno di Archie Shepp il giorno 20), e la chiusura del 22 con due nomi di sicuro richiamo, Gianluca Petrella in duo e Enrico Rava & PMJL.