Wayne Shorter 2 – Il periodo Blue Note (1964 – 1970)

Durante la permanenza nei Jazz Messengers, durata cinque anni, Shorter avvia anche la propria discografia personale. I primi album, pubblicati per la Vee Jay, sono Introducing Wayne Shorter (1959), Second Genesis (1960, con la partecipazione dello stesso Art Blakey), e infine, nel 1962, Wayning Moments, che si avvale della collaborazione di Freddie Hubbard.

Dopo un anno di transizione, nel 1964 la carriera del musicista intraprende un duplice e parallelo percorso, nel quale, oltre ad essere titolare di progetti a suo nome, diviene membro stabile delle formazioni di Miles Davis fino al 1970.

Nel primo, cruciale anno di questa nuova stagione creativa Shorter registra ben tre sessioni da leader per la Blue Note: la prima, nell’Aprile ’64, dà origine a Night Dreamer. Uno dei titoli chiave è la sinuosa ballad Virgo, destinata a diventare un autentico standard del jazz modale.

Quattro mesi dopo viene inciso Ju Ju, nel quale le influenze coltraniane, a tratti ancora affioranti, evolvono rapidamente verso la definitiva maturazione di un’originale, inconfondibile voce strumentale, che emergerà con forza già nel successivo album.

A chiudere la triade, il 24 dicembre ’64 prende infatti vita l’autentico capolavoro Speak No Evil. Traendo ispirazione da leggende, folklore e magia nera, Shorter confeziona con il suo ottimo quintetto (Hubbard/Hancock/Carter/Jones) un disco affascinante, magico nelle ambigue tonalità degli accordi e nella fluttuante pulsazione della ritmica, che spesso si muove avanti o indietro o “sopra” la scansione metrica. Lo sviluppo dei temi è ricercato, evita ogni costrizione e si risolve in numeri inconsueti di battute, aumentando la sensazione di originalità che caratterizza brani come Witch Hunt, Dance Cadaverous o la meditativa Infant eyes.

A distanza di pochi mesi, nel marzo 1965, con organico modificato e ampliato a sestetto dal sax alto di James Spaulding, ancora una prova eccellente con The Soothsayer. The Big Push e la complessa e trascinante title-track sono veri e propri segni distintivi del personale fraseggio di Wayne, autentiche lezioni di stile; Lady Day è una rilassata dedica a Billie Holiday, con McCoy Tyner in chiara evidenza.

I lavori successivi sono The All Seeing Eye (ottobre ’65), con l’ulteriore aggiunta del trombonista Grachan Moncur III alla precedente front-line, e Adam’s Apple (1966), altro album memorabile, sorprendente nelle sue anticipazioni funky, sebbene il quartetto sia d’impianto rigorosamente jazzistico; il disco include, fra l’altro, il futuro standard Footprints.

Dopo un ultimo progetto acustico nel 1967 (Schizophrenia, ancora in sestetto), si materializza la svolta elettrica con la pubblicazione di Supernova (1969), con organico variabile ampio e singolare; in Water Babies, ad esempio, degna di nota la presenza di due chitarristi (Sonny Sharrock e John Mclaughlin) e due batteristi (Jack De Johnette e…Chick Corea!). Insieme ai contemporanei e determinanti In A Silent Way e Bitches Brew, incisi con Miles Davis, quest’album getta le basi per il nuovo, avvincente capitolo che dal 1971 andrà avanti per ben 16 anni, con il marchio di fabbrica Weather Report.

Alfonso Tregua

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