Moonjune Records

www.moonjune.com

di Alfonso Tregua

La Moonjune Records è una piccola etichetta indipendente, con sede a New York, che spazia in un’area di confine fra jazz, prog e jazz-rock, muovendosi lungo due direttrici nella scelta dei musicisti: da un lato, documentare l’attività più recente di firme di rilievo assoluto ormai consacrate  (Elton Dean, Hugh Hopper, Phil Miller, Geoff Leigh, Elliott Sharp); dall’altro, dare spazio a realtà meno note, ma di elevata qualità tecnica e artistica.

Fin dagli esordi è evidente questa duplicità di intenti: le prime tre produzioni, del 2001, sono infatti il prezioso Bar Torque, che vede in azione il saxello di Elton Dean affiancato dai suoni eterei del chitarrista Mark Hewins, e due dischi live opera di due (semi)sconosciute prog-band italiane, i Finisterre e i DFA.

Questi ultimi, in tempi successivi, troveranno ancora spazio nel catalogo con la ristampa dei loro primi due dischi nel box set Kaleidoscope, e soprattutto con la pubblicazione dell’eccellente 4th, lavoro in studio di notevole spessore e maturità.

Il lavoro che darà maggiore visibilità all’etichetta arriva nel 2005, con Gospel for J.P. III, tributo a Jaco Pastorius che vede coinvolti grossi nomi come Hiram Bullock, Bireli Lagrene, Marcus Miller, Bob Mintzer, John Patitucci, Mike Stern.

Il buon successo commerciale del disco dà ossigeno ai nuovi progetti del poliedrico Leo Pavkovic, inventore e producer di questo catalogo, che può così dedicarsi con più vigore alle sue “vere” passioni.

Le tre uscite successive, infatti, sono nel segno delle emanazioni passate e presenti del fondamentale capitolo Soft Machine: ben due CD per la recente Soft Machine Legacy (i due veterani Hopper e Dean, con il batterista della “fase post-Wyatt” JohnMarshall ed il chitarrista John Etheridge), catturata dal vivo a Zandaam nel 2004, e successivamente in studio nel 2006.

Ad intervallare le due novità, Soft Machine Floating World Live, storica ripresa di un buon concerto a Brema nel 1975, con la line-up dell’album Bundles. Le composizioni sono in gran parte di Karl Jenkins, anche se non mancano (per fortuna) le ultime folate dell’inconfondibile tastiera di Mike Ratledge: a completare il tutto, i funambolismi chitarristici di un Allan Holdsworth in autentico stato di grazia, strepitoso nei suoi solo ed incisivo anche al violino (!).

A seguire, l’ottimo The Unbelievable Truth, dal taglio più jazzistico, che assume anche una triste valenza di addio ad Elton Dean, scomparso dopo soli quattro mesi da questa registrazione live, dell’ottobre 2005, che lo vede affiancato al quintetto belga The Wrong Object. Nonostante l’assenza di prove prima del concerto, l’interplay fra i sei musicisti è la carta vincente del disco, sia nei momenti strutturati con maggior rigore (la classica Seven For Lee, la pacata ballad Baker Treat’s, entrambe dovute alla penna del sassofonista inglese), che nelle fasi più libere e roventi, come la title-track, del chitarrista Michel Delville, e la riuscita impro Millennium Jumble.

Continuando in ordine cronologico, da segnalare First Live in Japan degli Arti & Mestieri, band di culto nel panorama progressive anni’ 70, seguitissima a tutt’oggi soprattutto in Oriente. Il disco mette in luce le immutate doti di virtuosi del tastierista Beppe Crovella e del drummer Furio Chirico, storiche colonne portanti del gruppo. La scaletta propone quasi esclusivamente i classici da Tilt (1974) e Giro di Valzer per domani (1975), dovuti in buona parte alla vena compositiva di Gigi Venegoni, indimenticato (e ancora attivo) chitarrista della formazione originaria, che lasciò nel 1976 per dedicarsi al progetto Venegoni & Co.

Siamo ormai nel 2007: da qui in poi, una proficua accelerazione produttiva vede l’uscita, in rapida successione, di una decina di titoli in due anni scarsi: notevole anche il passo avanti nella qualità tecnica e raffinatezza delle incisioni, con un più massiccio ricorso alle sessioni di studio.

Dopo aver rimandato alle recensioni dettagliate, ai link che trovate di seguito, per Numero D’Vol e Dune di Hugh Hopper, Patahan dei SimakDialog, Dedicated to you... del Delta Saxohone Quartet, Stories From The Shed di The Wrong Object, ed il già citato 4th dei DFA, resta da dedicare la dovuta attenzione ad altri due CD.

Eccellente Conspiracy Theories di Phil Miller, con il raffinato chitarrista spalleggiato da un ampio organico di straordinaria caratura, che in aggiunta al nucleo degli In Cahoots (Pete Lemer e Fred Baker) compendia una gran fetta di storia del Canterbury sound (con Annie Whitehead e Didier Malherbe, e le seppur brevi partecipazioni di Dave Stewart, Barbara Gaskin, Richard Sinclair) mettendo in luce una efficace front-line con i più giovani Simon Picard e Simon Finch. Una bella prova di sapienza compositiva, una delle pagine più riuscite nella discografia da titolare dell’ottimo Phil.

Bello anche Steam, capitolo jazz-rock di robusto impianto dovuto alla nuova Soft Machine Legacy. Ferma restando l’unicità dello scomparso Elton Dean, ben riuscita appare la scelta di rimpiazzarlo con il duttile multistrumentista Theo Travis, che si districa con buona vena tra sassofoni, flauti e loops, costruendo in più punti suggestivi tappeti sonori che aggiungono, alle tipiche sonorità del gruppo, atmosfere in stile Gong.

In attesa dei prossimi capitoli…

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