Archivio mensile:settembre 2009

Slivovitz – Hubris

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MJR026

(2009)

Seconda prova discografica per il combo napoletano, che a distanza di cinque anni (in realtà solo tre, se consideriamo le date di registrazione) dall’album d’esordio mostra di aver affinato ulteriormente le già notevoli armi tecniche, e soprattutto fortificato le trame compositive, concise e riccamente articolate al tempo stesso, giuste nel minutaggio.

Nei nove pezzi che costituiscono il corpus principale di questo Hubris, il gruppo, ampliato a settetto con l’inserimento della vocalist Ludovica Manzo, mette a punto un percorso sonoro lucido, che dipana dalle mille influenze (dichiarate e no) una coerente e personale trama meticcia.

Il viaggio parte in quarta, con un possente giro di basso ad introdurre una Zorn a Surriento (già il titolo è da applausi…) che non sfigurerebbe nel monumentale repertorio Masada, e arriva a destinazione al ritmo funky-vintage di STRESS, con testo cantato/declamato dal sassofonista e front man Pietro Santangelo.

Nel mezzo, il gustoso mix african-hawaian-progressive di Caldo Bagno, punteggiato da eleganti melismi e da un efficace guitar solo, l’ombra dei Lounge Lizard nell’andamento zoppicante e astratto (monkiano?) di Mangiare, le sommesse memorie canterburiane in Errore di Parallasse e Né carne Né pesce, l’esplicito e movimentato omaggio agli eccezionali ungheresi Besh o droM (Dammi Un Besh O) con  il violino di Villari e l’armonica “sporca” di Di Perri in evidenza.

I sette strumentisti (ché anche la vocalist agisce in tal senso) mostrano una compattezza notevole, dividendosi gli spazi solistici con parca e paritaria misura, il che giova decisamente alla qualità e all’impatto coinvolgente del prodotto finale.

A completare il CD, con inconsueta scelta produttiva, tre brani provenienti dal primo disco, rimasterizzati per l’occasione.

Alfonso Tregua

  1. Zorn a Surriento (Pietro Santangelo) (4:49)
  2. Caldo Bagno (Giannini / Manzo ) (7:31)
  3. Mangiare (Pietro Santangelo) (5:40)
  4. Errore di Parallasse (Stefano Costanzo) (5:58)
  5. Né Carne (Marcello Giannini) (4:02)
  6. Né Pesce (Marcello Giannini) (4:32)
  7. Dammi Un Besh O (Marcello Giannini) (6:13)
  8. CO2 (Domenico Angarano) (3:57)
  9. Sono Tranquillo Eppure Spesso Strillo (Pietro Santangelo) (4:44)

10.  Canguri in 5 (Giannini / Santangelo) (8:45)*

11.  Tilde (Stefano Costanzo) (8:53)*

12.  Sig. M. Rapito dal Vento (Angarano / Di Perri / Giannini / Santangelo) (5:47)

Domenico Angarano electric bass, fretless bass;

Stefano Costanzo drums and percussion;

Marcello Giannini electric guitar, acoustic guitar;

Ludovica Manzo vocals;

Derek Di Perri harmonica;

Pietro Santangelo alto saxophone, tenor saxophone, vocals;

Riccardo Villari violin

with guests:

Giovanni Imparato percussions and vocals (Caldo Bagno);

Marco Pezzenati vibraphone (Mangiare);

Ugo Santangelo Acoustic Guitar (CO2)

Recorded in Naples, Italy in 2007, except * recorded in 2004.
Produced by Slivovitz & Luca Barassi

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Live – Anthony Braxton Diamond Curtain Wall Trio

Foto di Titti Fabozzi

Pomigliano, 11 luglio 2009

Unica data italiana per il prestigioso multistrumentista e compositore americano, affiancato nell’occasione dalla chitarrista Mary Halvorson e dal trombettista Taylor Ho Bynum.

I tre partono all’unisono, confezionando inizialmente una massa sonora densa e impenetrabile, completata da un bordone di rumori controllati da Braxton tramite un laptop. Gli strumenti a fiato sono esplorati ai limiti delle loro possibilità, mentre più canonico (nei limiti del contesto) è l’approccio della Halvorson, che alla sei corde elettrica mostra buona personalità ed un misurato e sapiente uso degli effetti.

Nella parte centrale del concerto il leader limita l’uso delle sue ance e dilata la trama dei suoni, lasciando più spazio nel contempo agli altri due musicisti: in particolare Ho Bynum, che fa massiccio uso di sordine varie, si mostra perfetto interprete dell’estetica braxtoniana, con la sua raffinata tecnica e la costante esplorazione timbrica.

Breve ripresa di intensità e la composizione/improvvisazione volge poi al termine, spegnendosi ancor prima che sia completato lo scorrere della sabbia di una grossa clessidra, utilizzata probabilmente da Braxton per stabilire un limite alla durata massima dell’evento.

In sintesi una prestazione di buona qualità, una conferma del coerente percorso di un artista che ha saputo costruirsi uno spazio importante nella storia della musica contemporanea, al di là dell’oggettiva difficoltà che la sua musica impone all’ascolto, mantenendo intatto il rigore formale e lo spirito di ricerca.

Per la cronaca, la serata ha avuto un ulteriore epilogo con l’ estemporaneo trio formato da Anthony Braxton, Don Moye alla batteria e il contrabbassista William Parker, che con il suo Chamber Trio (Leena Conquest voce, Eri Yamamoto piano) aveva preceduto l’esibizione del Diamond Curtain Wall.

I tre hanno eseguito due improvvisazioni dedicandole agli operai della Fiat di Pomigliano, fabbrica a rischio di chiusura o ridimensionamento.

Alfonso Tregua

Live – Stefano Battaglia Re: Pasolini

Foto di Titti Fabozzi

Pomigliano, 10 luglio 2009

Alla sua seconda partecipazione alla rassegna campana (si era esibito nel 2006 in solo), il pianista Stefano Battaglia si presenta con il suo Re: Pasolini, sontuoso progetto realizzato nel 2007 per la ECM, in forma di doppio CD, con differenti organici nei due dischi.

La formazione sul palco corrisponde alla sezione ritmica del CD1, con Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria. L’assenza dei fiati e del cello, rispetto alla prova discografica, rende probabilmente più austera la proposta, ma non ne limita invero l’impatto e l’elevata caratura.

Come Pasolini districava la sua produzione in un ventaglio ampio di stimoli ed emozioni, diviso tra elevata spiritualità ed estrema crudezza, così i temi di Battaglia rappresentano in suoni quell’esperienza.

I brani partono spesso con incipit “popolari”, frasi semplici e cantabili, che danno lo spunto per dipanare trame sottili e raffinate, ora spigolose e lanciate verso l’improvvisazione, ora più fluide e morbide, aderenti in pieno all’estetica dell’etichetta tedesca di Manfred Eicher.

Fondamentale l’apporto dei compagni d’avventura del pianista milanese: lirico e rotondo il suono di Maiore, che sostiene la pulsazione interiore dei brani e ne arricchisce il lato melodico, e assolutamente straordinario Roberto Dani, con il suo drumming del tutto libero da costrizione ritmica, connubio di elevata tecnica e fantasia creativa che a nostro avviso si riconduce, seppure in contesto diverso, alla lettura innovativa dello strumento data da grandi come Chris Cutler, Han Bennink o Tony Williams.

Una bella e convincente prova di maturità per Battaglia, un artista che scientemente rinuncia al puro sfoggio del suo cospicuo bagaglio di strumentista, per concentrarsi sull’espressione più emotiva e profonda del fare/essere musica.

Alfonso Tregua

Boris Savoldelli Elliott Sharp – Protoplasmic

di Alfonso Tregua

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Il basso ostinato a sostenere gli inconfondibili pizzicati e svolazzi chitarristici di Elliott, e la voce di Boris che sembra provenire da tempi e spazi altri, ora acuto ora rantolo ora declamazione: fin dall’iniziale A-Quantic, questo “Protoplasmic” avvince e mantiene l’ascoltatore in uno stato di estasi vigile, catturato da continue sorprese sonore che mai smarriscono il filo di una coerente e logica ispirazione.

Se la sapienza strumentale e la potenza espressiva del santone Sharp sono nulla più dell’ennesima conferma di un grande talento, è una bella sorpresa la controllata follia, sostenuta da una notevole e coltivata tecnica vocale, di Savoldelli.

Nelle interviste successive alla pubblicazione, nel 2007, del suo progetto in solo “Insanology“, divertente e raffinata esplorazione della forma canzone,  il nostro indicava (e palesava nei fatti) fonti d’ispirazione quali Billy Joel o Bobby McFerrin….. ma questo disco si svolge in sentieri ben più impervi e stimolanti, essendo una rigorosa applicazione dell’instant composition.

Emerge quindi una lezione diversa ed estrema, quella di  Demetrio Stratos, apertamente citato in Noises in my Head, e affiorante in maniera velata più volte nel successivo percorso, insieme a reminescenze dell’ala prog e art rock più sotterranea (pensiamo ai Cassix, o al misconosciuto Fausto Rossi negli sprazzi di spoken words).

Abilissimo anche nei trattamenti elettronici della sua voce-strumento (non sappiamo in quale misura sia stato qui usato il suo arsenale di microfoni e looper, le note del bel digipack sono scarne), Boris spazia in un ventaglio timbrico e tonale assai ampio, perfezionando insieme al più noto compagno d’avventura una prova di eccellente fattura.

Il rischio implicito nella pratica improvvisativa è giocato nel migliore dei modi, paritario, telepatico e di elevato livello sia negli episodi a più ampio respiro (ottime le due parti di Prelude to Biocosmo e Nostalghia),  che nei bozzetti come Black Floyd o A Meeting in the Park.

Per menti aperte e orecchie assetate (pardon) di alea, libertà e freschezza nei suoni e nelle idee.

www.moonjune.com

www.borisinger.eu

www.elliottsharp.com

Soft Machine – Drop

MJR023

di Alfonso Tregua

Disco importante sia per valore storico che per qualità dei contenuti, “Drop” raccoglie in un accurato editing inediti materiali live, registrati dai Soft Machine nell’autunno 1971, durante un tour tedesco.

Orfano di Robert Wyatt e in attesa di John Marshall, il trio Hopper/Dean/Ratledge è coadiuvato qui dal drumming esuberante e libero da schemi di Phil Howard, che con una spinta propulsiva notevole, a tratti al limite dell’indisciplina, conferisce al gruppo grande energia vitale.

L’orientamento para-jazzistico del batterista australiano trova il sodale perfetto nel sax di Elton Dean, che disegna a più riprese spunti mirabili, come in Slightly All The Time, dove il sostegno di Howard è davvero determinante.

Ma è straordinaria anche Drop, con Ratledge in gran spolvero, e la successiva M.C. , dove a far la parte del leone è ancora Phil, con le sue  percussioni fantasiose e sbrigliate.

Il materiale tematico (pur se integrato da Slightly All The Time e Out-Bloody-Rageous, da Third), è in gran parte una versione flamboyant dell’algido (seppur ancora bellissimo) coevo album di studio Fifth, alle cui sessioni Howard partecipò nei brani del lato A, prima di lasciare il posto a John Marshall.

Di lì a poco, e di certo non a caso, anche Elton Dean abbandonò il gruppo, ormai a disagio negli schematismi che apparvero evidenti nel successivo Six, per tentare l’avventuroso passo Just Us, proprio in compagnia di Phil Howard. Il progetto diede vita ad un solo vinile (i due scorpioni nel piatto… all’epoca quasi introvabile) e pochi concerti, segnando nel contempo anche una svolta decisiva per la musica dei Soft Machine, che invero, dopo Six, non hanno lasciato prove memorabili…..

Un disco di grande valenza, quindi, non solo per l’esplicita dedica al talentoso batterista, ma quale testimonianza diretta e coinvolgente dell’ultimo, vero periodo fecondo e creativo della Morbida Macchina. Imperdibile per i fan, anche per le ricche e preziose note di copertina di Steve Lake,  ma decisamente consigliabile anche ai neofiti.

Mike Ratledge Lowrey organ, Fender Rhodes electric piano
Elton Dean saxello, alto sax, Fender Rhodes electric piano
Hugh Hopper bass guitar
Phil Howard drums

01. Neo Caliban Grides 6:23
02. All White 6:14
03. Slightly All The Time 13:16
04. Drop 7:40
05. M.C. 3:25
06. Out-Bloody-Rageous 11:30
07. As If 6:10
08. Dark Swing 1:55
09. Intropigling 0:53
10. Pigling Bland 4:44