La Luna di Alfonso

Musiche

ITALIAN INSTABILE ORCHESTRA parte II – Live with Cecil Taylor in S. Anna Arresi 2003

Dopo l’Italian Instabile Festival tenuto a Pisa nel 1997, documentato da un doppio CD della Leo Records, il decennale dell’Orchestra, che nel frattempo ha rimpiazzato Giorgio Gaslini con Umberto Petrin, è celebrato con una nuova eccellente produzione discografica: fra il 6 e l’8 marzo 2000, nella Sala B dell’Auditorium RAI di Roma, viene registrato il materiale di “Litania sibilante” che vede la pubblicazione per la ENJA. L’Instabile è ampliata, per l’occasione, dalla fisarmonica di Antonello Salis e dalla tromba di Enrico Rava, che affianca la sezione solitamente affidata a Minafra, Mazzon e Mandarini. La sessione del 7 marzo viene trasmessa in diretta da Radio 3.

Qualche mese dopo (settembre 2000), al Talos festival di Ruvo di Puglia, l’Orchestra si confronta per la prima volta con le “partiture” e le masse sonore del piano di Cecil Taylor: la registrazione del concerto sarà pubblicata solo tre anni dopo, sempre per la ENJA. “The Owner of the River Bank” è un flusso sonoro ininterrotto di una sessantina di minuti, ben descritto da questa recensione. Per approfondire le dinamiche preparatorie all’evento, sono illuminanti le note di copertina di Marcello Lorrai, riportate integralmente di seguito a questa seconda breve recensione

Dopo Ruvo, L’Orchestra e il pianista si esibiranno quindi ancora insieme per due volte: nel marzo 2002, a Parigi per Banlieues Blues, e il 6 settembre 2003, al Festival di S.Anna Arresi. La registrazione di quest’ultimo bellissimo concerto (anche stavolta messo in onda da Radio 3 Rai), è disponibile a questo link.

 

Italian Instabile Orchestra – parte I – play Marcello Melis

ITALIAN INSTABILE ORCHESTRA

Una maxi-orchestra italiana sullo stampo di analoghe formazioni europee, nata nel 1990, in occasione dell’Europa Jazz Festival a Noci, da un’idea di Pino Minafra. Quando nel 1992 la Leo Records pubblica il loro primo disco, “live in Noci and Rive de Gier” registrato da Radio France, è grande la fascinazione e la curiosità nella lettura dell’organico.

Cosa verrà fuori, dall’incontro di tante personalità così forti? La sfida di questo large ensemble è quella di voler lavorare su criteri egualitari, senza un leader fisso: in questo, più simile alla Globe Unity che ai Centipede.

I sei brani vedono infatti alternarsi sei diversi compositori: Damiani, Colombo, Schiaffini, Gaslini, Minafra, Tommaso. Il risultato è un flusso di segnali disparati, dove forme libere, parti strutturate, musica da circo, danze, declamazioni nostalgiche e umoristiche si alternano con un risultato complessivo sorprendente e ammaliante nella sua imperfezione. Un’ideale rappresentazione sonora del principio di indeterminazione di Heisenberg: impossibile, anche qui, descrivere con precisione gli eventi simultanei, e ancor meno il loro divenire (quantomeno al primo ascolto….). Il tutto resta comunque chiaro e intellegibile, lontano dalle tagliole estenuanti di certa impro radicale. Senza disdegnare le prove di forza spettacolari, come gli assolo di Colombo e Trovesi ne “I virtuosi di Noci”. Il primo passo è compiuto, in entrambi i sensi.

Il secondo CD esce nel 1995, “Skies of Europe”: registrazione di studio (auditorium F.L.O.G.) a Firenze, pubblicato dalla ECM, consta di due lunghe composizioni di Tommaso e Gaslini.

Bella confezione e libretto ben curato, presa del suono di elevata qualità, come è negli standard dell’etichetta tedesca, precisione esecutiva, e grande pulizia stilistica nella costruzione. Visti i presupposti, il disco è un successo annunciato di pubblico e critica: tra l’altro, miglior CD dell’anno per Musica Jazz.

Il contraltare è l’inevitabile ingabbiamento causato dall’estetica eicheriana, al quale nemmeno la IIO riesce a sfuggire, perdendo la baldanza un po’ gaglioffa e l’attitudine al rischio della prova precedente, sia nella enfatica solennità dei temi de “Il maestro muratore” che nella scelta di lavorare spesso con organico ridotto (dal duo al quartetto) nella lunga suite di Gaslini che dà il titolo all’album.

Fatto sta che, fin dal successivo “European Concerts ’94-’97” l’Orchestra ritorna ad incarnare quell’atteggiamento che Marcello Lorrai definisce come “filosofia dell’imprevisto”1, e che sarà portato avanti negli anni successivi in una progressiva affermazione che porterà “il manipolo di irregolari”1 ad una ricca attività concertistica internazionale. Questo terzo disco si apre con la riproposizione di Sud, composizione del 1973 di Mario Schiano che (parole sue) “coronava una ricerca sui possibili agganci del jazz con la musica popolare, in particolare del meridione, condotta assieme a Marcello Melis.” E una tappa assai interessante del cammino dell’Instabile, nell’ovvia cornice di S. Anna Arresi, sarà dedicata qualche anno dopo proprio al contrabbassista sardo. Per l’occasione, ospite dell’Orchestra la vocalist Clara Murtas. La data è il 4 settembre 2003, e un breve ma corposo estratto si può ascoltare a questo link.

1 dalle note di copertina di European Concerts 94-97

douBt – Mercy, Pity, Peace and Love

Dopo l’impressionante “Never Pet a Burning Dog,” già recensito qui, douBt ritorna con un nuovo album. Il trio appare, come è ovvio, ancor più amalgamato e telepatico rispetto al già ottimo esordio. Si avverte un maggior lavoro sulle strutture tematiche e armoniche, con un risultato che pur mantenendo un’alto tasso di libertà espressiva, si orienta solidamente verso i territori jazz-rock e progressive. Appare in grande forma Michel Delville, che disegna con grande efficacia e ispirazione le trame dei suoi spazi solistici, fornendo in più di un’occasione spunti davvero pregevoli e coinvolgenti,  come in Jalal e nella cover di Purple Haze; fondamentale anche il suo contributo compositivo, con la migliore espressione nel gioiellino The Invitation, rilassata ballad dall’andamento sincopato ed elegante.

Bella anche  No More Quarrel With The Devil, sempre dalla penna del chitarrista belga, con un’apertura in stile Black Sabbath e una parte centrale che richiama i timbri cari a Mike Ratledge. Pur se ridotta, non manca la componente più strettamente jazzistica e free, che prende il sopravvento in Rising Upon Clouds, The Human Abstract e nella seconda metà della lunga title-track, altro brano dalla struttura bifronte, caratterizzato nella prima parte da una solenne intro dove le tastiere di Alex Maguire si pongono in chiara evidenza.

A dare corpo e sostanza al tutto, ancora una prova di notevole caratura da parte di Tony Bianco, possente nel garantire il sostegno ritmico e al tempo stesso sciolto e fantasioso, elemento portante di questo atipico e brillante trio, che lascia prevedere sviluppi di grande interesse nel caso si consolidi come gruppo stabile.

index

MJR 049 – 2012

Line up:

ALEX MAGUIRE: keyboards
MICHEL DELVILLE: guitar, Roland GR09, samples
TONY BIANCO: drums, sequencer
Track listing:

Marco Giaccaria – Solo Un Flauto, Ma Non Solo

Venti brani, per la maggior parte brevi, frutto di improvvisazioni registrate in 4 diversi luoghi. Ancora una volta nessuna concessione a strade facili, il timbro unico del flauto a tracciare un percorso intenso e quieto, fatto di sensazioni sottili. Soli ed episodici suoni a sostegno, acqua, insetti o uccelli (questi ultimi a volta veri e propri coprotagonisti, come in Taverno III), a completare un quadro sonoro a tinte tenui; è un disco fatto di soffio e respiro, non solo nell’ovvio significato tecnico, ma nell’accezione più ampia di un’esplorazione profonda e primitiva del fare musica, in cerca di un’ecologia del suono e dell’ascolto.
La sensazione complessiva è di tempo dilatato, anche quando il fraseggio si infittisce. La solida preparazione tecnica non cede mai il passo all’accademia (solo qualche eco, forse inconscio, di Debussy in Ondo VIII e IX), ma resta mero strumento per veicolare le emozioni.
E’ un oggetto sonoro introverso, di spessore notevole, che non si lascia catturare con facilità ma richiede più ascolti per essere apprezzato in pieno. Ottimo.

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Musica Mancina, 2012 – MGCD59

  • 01. Ondo I 0:54
  • 02. Ondo II 1:36
  • 03. Taverno I 1:49
  • 04. Taverno II 3:58
  • 05. Taverno III 4:11
  • 06. Ondo III 2:11
  • 07. Ondo IV 2:41
  • 08. Ondo V 1:49
  • 09. Kelo I – Sharadhun 1:48
  • 10. Kelo II 3:44
  • 11. Kelo III 2:51
  • 12. Ondo VI 1:14
  • 13. Ondo VII 1:08
  • 14. Ondo VIII 1:03
  • 15. Ondo IX 0:53
  • 16. Ondo X – Sharadhun 2:21
  • 17. Ondo XI – Sharadhun 2:12
  • 18. Ondo XII 0:41
  • 19. Lesivejo I – Melodia 3:44
  • 20. Lesivejo II 4:43

Marco Giaccaria: improvisations on flute, environmental recordings and photos.
Recorded between April and December 2012 in Porquerolles, Torino, Piossasco and Cumiana.

http://www.cdbaby.com/cd/marcogiaccaria

http://www.marcogiaccaria.it

Yagull-Films / Ligro-Dictionary 2

Yagull – Films

Semplice e intimo, suonato in punta di dita dal chitarrista Sasha Marcovic, leader del progetto Yagull, Films è un disco dall’impianto folk-acustico, che dopo un positivo e promettente avvio (Dark, con il delicato e incisivo cello di Sonia Choi in evidenza) svolge una trama sottile e fin troppo consonante per buona parte del minutaggio, senza correre rischi di alcun tipo. Solo nel finale (Distance) la spinta percussiva di Josh Margolis fornisce un tocco di salutare energia ad un repertorio che, per il resto, è consigliabile solo a chi ama gli ascolti rilassanti e senza sorprese

Immagine  Zozemusic/distributed by MoonJune

zm 12001 – http://www.yagull.com http://www.moonjune.com

Ligro – Dictionary 2

All’estremità opposta dello spettro, trabocca di vitalità Dictionary 2, prima uscita internazionale del power trio indonesiano Ligro, guidato dallo spettacolare chitarrista Agam Hamzah, ben coadiuvato dal preciso sostegno del basso di Adi Darmawan e dal fantasioso drumming di Gusti Hendi .

Il territorio esplorato è il filone jazz-rock che fa riferimento alle sonorità Mahavishnu Orchestra, più volte echeggiata quasi a mò di omaggio, sia per le scelte timbriche di alcuni solo che a livello compositivo, come nella progressione armonica di Future o nella eccellente Etude Indienne. La stessa Miles Away, con il suo andamento stoppato e funky, ci sembra far riferimento in egual misura al trombettista e al McLaughlin di Extrapolation.

Il disco è ricco di spunti di grande intensità, al limite della perdita di controllo, (la seconda parte di Stravinsky, ad esempio), ma non mancano fasi dove si tira il fiato per riprendere slancio, in un positivo equilibrio che determina un prodotto complessivo di buon livello, con un creativo finale “caos calmo” nella conclusiva Transparansi, brano che ben rappresenta l’attitudine alla lucida follia identificata dal nome del gruppo anagrammato (ogril, in indonesiano Bahasa).

Immagine

MoonJune Records

MJR 047

LINE UP:
Adi Darmawan – bass guitar
Agam Hamzah – guitar
Gusti Hendi – drums, percussion

Allan Holdsworth – Hard Hat Area / None Too Soon

Due ristampe che ci riportano a metà degli anni ’90, e danno la possibilità di (ri)ascoltare un Allan Holdsworth al meglio della forma. “Hard Hat Area” risale al 1993, ed è l’ottava prova discografica da leader per il virtuoso di Bradford. Il lavoro consiste di brani già rodati in tour: rispetto ai dischi precedenti, quindi, meno uso di sovraincisioni, e gran parte del materiale registrato “everything together in the studio”. La band è di alto livello, e mette subito in chiaro la sua forza con Ruhkukah, con il drumming di Gary Husband che eguaglia per fantasia e libertà le prove del miglior Bill Bruford, e l’inconfondibile tocco di Allan che, coerente e lineare, riesce a mantenere spazioso il fraseggio nonostante l’incredibile velocità esecutiva. Il disco mantiene la sua intensità per l’intero minutaggio, ritagliando opportuno spazio anche per le tastiere di Steve Hunt e il basso di Skuli Sverrison, come in Low Levels, High Stakes e House of Mirrors, i due episodi a più ampio respiro, su tempi più dilatati. Pur trattandosi di un lavoro di una ventina di anni fa, sono rari i momenti in cui si avverte questo gap, come nella title-track, dove i timbri in avvio e l’andamento meccanico delle tastiere suonano invero un pò datati. Peccato veniale, ovviamente: nel complesso è davvero un gran bel disco.

Tre anni dopo, il successivo “None To Soon” vede il nostro cimentarsi, per sei brani sui nove complessivi, con celebrati standard jazzistici. La line-up è totalmente cambiata e un ruolo importante è svolto dal tastierista Gordon Beck, arrangiatore e protagonista di alcuni spazi solistici. Ma il ruolo del trio resta fondamentalmente di sostegno, e ovviamente il cambio di passo è nettamente percettibile quando il pallino passa nelle mani di Holdsworth, che centellina (a tratti anche troppo…) gli interventi. Pur mantenendo i suoi stilemi, Allan si cala con deferente rispetto nelle interpretazioni di questi classici, e del resto, visto il calibro delle firme selezionate (Coltrane, Henderson, Evans e via dicendo…) la scelta sembra invero la più opportuna. Ne risulta quindi una lettura fedele e al tempo stesso altamente creativa e personale.  Assolutamente strepitosi i suoi assolo in How Deep Is The Ocean, nella delicata Nuages di Django Reinhardt, in Inner Urge, e nell’iniziale esplosiva Countdown, inspiegabilmente sfumata troppo presto, mentre sembrava che il manico stesse letteralmente per prendere fuoco… A completare la scaletta, due originali di Beck ed una versione della beatlesiana Norwegian Wood, unica scelta che lascia perplessi: nella sua disarmante linearità il pezzo ci appare fuori dal contesto, un momento di debolezza in una prova per il resto ottima, che rimane a tutt’oggi unica nella discografia del chitarrista, per la scelta del repertorio jazzistico in senso puro.

Opportunamente rimasterizzati, questi due CD dimostrano ancora una volta che Allan Holdsworth merita di essere collocato nel gotha dei chitarristi contemporanei di area jazz-rock, insieme ai major-distributed Pat Metheny, John Scofield, Bill Frisell…. Una menzione speciale in tal senso al prezioso e ostinato lavoro di Leo Pavkovic: sappiamo che sono in cantiere altre ristampe del chitarrista inglese, meritoria operazione per far conoscere anche alle ultime generazioni, e nella maniera più completa, l’assoluta qualità di questo talentoso interprete delle sei corde.

HARD HAT AREA (MJR 044) 1993 reissued 2012

1. Prelude (1:35)
2. Ruhkukah (5:34)
3. Low Levels, High Stakes (9:05)
4. Hard Hat Area (6::06)
5. Tullio (6:02)
6. House Of Mirrors (7:47)
7. Postlude (5:28)

ALLAN HOLDSWORTH: guitars, synthaxe
STEVE HUNT: keyboards
SKULI SVERRISSON: bass
GARY HUSBAND: drums

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NONE TOO SOON (MJR 043) 1996 reissued 2012
1. Countdown (3:09)
2. Nuages (5:40)
3. How Deep is the Ocean (5:29)
4. Isotope (5:41)
5. None Too Soon Pt. I / Interlude / None Too Soon Pt. II (7:42)
6. Norwegian Wood (5:55)
7. Very Early (7:40)
8. San Marcos (3:22)
9. Inner Urge (6:15)
ALLAN HOLDSWORTH: guitars, synthaxe
GORDON BECK: keyboards
GARY WILLIS: bass
KIRK COVINGTON: drums

Wayne Shorter 5 – Dal 1995 al 2005 # Wayne Shorter Acoustic Quartet #

La conclusione della grande parabola creativa che va sotto il nome Weather Report, avvenuta nel 1986 con la pubblicazione dell’atto finale This is This, apre per Wayne Shorter un periodo di transizione, meno felice e rilevante rispetto alla stagione appena terminata. Dopo tre dischi interlocutori per la Columbia (l’ultimo è Joy Rider, edito nel 1988), incisi probabilmente più per esigenze contrattuali che creative, nei successivi sei anni il musicista resta praticamente in silenzio.

Il momento di svolta è il 1994, quando avviene il passaggio alla Verve. High Life è il primo disco con la nuova etichetta: Wayne si avvale della collaborazione di Marcus Miller, Rachel Z e David Gilmore per confezionare un prodotto nel quale è evidente soprattutto l’apporto del grande bassista elettrico, che giocò un ruolo fondamentale anche nella carriera dell’ultimo Miles Davis (un titolo per tutti, Tutu).

A seguito di questa uscita, riprende anche l’attività concertistica; fra il 1995 e il 1996, una serie di organici variabili con i quali il nostro mette a punto progressivamente l’impianto e la qualità del nuovo corso. Col senno di poi, una sorta di laboratorio/incubatore che porterà alla luce, qualche anno dopo, l’attuale e strepitoso quartetto. Il 1996 resta purtroppo da ricordare anche per la tragica scomparsa della moglie di Shorter, Ana Maria, morta in un incidente aereo.

Nel 1997 prende corpo l’ennesima collaborazione al di fuori dell’ambito jazzistico, tema ricorrente nella carriera del sassofonista (da menzionare, fra le “strane coppie” più riuscite in anni precedenti, quella con Joni Mitchell, con Pino Daniele e con Carlos Santana); stavolta l’occasione si presenta con i Rolling Stones, per l’uscita di Bridges to Babylon. Nello stesso anno, tappa ben più importante è 1+1, intimistico lavoro in duo con Herbie Hancock: il riuscito (re)incontro darà vita ad un vero e proprio live tour, protrattosi fino al 1998.

La collaborazione alla discografia del pianista continua anche negli anni a venire, con il sax di Wayne a fornire il suo contributo in altri due album: Gershwin’s world, sempre nel 1998, e Future 2 Future tre anni dopo. Nello stesso 2001 un ulteriore incontro con Marcus Miller per la realizzazione di M2, a firma del bassista, e infine la svolta che riporterà il maestro di Newark ai livelli di eccellenza che gli competono, con la definitiva istituzione del Wayne Shorter Acoustic Quartet.

La line-up vede al piano il panamense Danilo Perez, tocco nitido e personale, elevato livello di concentrazione e intensità esecutiva; al contrabbasso John Patitucci, fra i più spettacolari virtuosi dello strumento, che trova in questo ensemble una definitiva consacrazione come musicista a tutto tondo, superando alcune concessioni al mero tecnicismo che avevano caratterizzato la sua precedente produzione; alla batteria l’ottimo Brian Blade, giunto ai territori jazzistici dopo aver suonato in ambiti assai diversi, in prevalenza pop e country music (collaborazioni con Bob Dylan, Emmylou Harris e la già citata Joni Mitchell): precisione, fantasia e personalità nel dettare i cambi di tempo e di atmosfera le sue peculiari prerogative, una voce freschissima e originale a completare l’alchimia di questo gruppo.

Numerose le performance live memorabili per il telepatico interplay, nonostante le difficoltà insite nel proporre una materia sonora minimale e densa al tempo stesso, ricca di emergenze del passato ma costantemente proiettata in avanti, alla ricerca di (altre) nuove direzioni. Una scelta ovviamente limitata e parziale di questo fecondo periodo è documentata in Footprints – Live, nel quale sono raccolte tracce registrate da diverse esibizioni, fra il 2001 e il 2002, in Francia, Spagna e Italia. Per la verità la musica del quartetto ha più le caratteristiche del continuum piuttosto che di un canonico repertorio; miglior testimonianza sarebbe stata forse la ripresa integrale di un singolo concerto, sacrificando in nome dell’unitarietà le eventuali pecche dell’una o dell’altra esecuzione.

Nel 2003 nuovo momento chiave, la pubblicazione di Alegria, un lavoro importante e ambizioso: Shorter, qui in veste di arrangiatore oltre che strumentista, non utilizza soltanto l’ormai rodata compagine a quattro, ma amplia l’organico in chiave orchestrale, con ampie sezioni di ottoni, ance ed archi. Nel complesso prendono parte al lavoro una trentina di musicisti (tra i quali spiccano Chris Potter e Brad Mehldau). Sorprendente il materiale proposto, in equilibrio fra composizioni originali e incursioni nel repertorio classico (una per tutte, la n. 5 delle Bachianas Brasileiras di Villa-Lobos). L’album riscuote i favori del pubblico e i riconoscimenti della critica, tra i quali un Grammy Award.

Ancora attività concertistica nel 2004, in prevalenza con l’Acoustic Quartet ed episodicamente con una formazione all-stars, che vede Shorter e Blade affiancati da Herbie Hancock e Dave Holland; immutato l’approccio, alta la qualità in entrambi i casi. Ulteriore ed importante testimonianza discografica, nel giugno 2005 l’uscita di un nuova raccolta live, Beyond The Sound Barrier, che documenta le esibizioni del quartetto stabile nel periodo Novembre 2002 – Aprile 2004.

 

 

Wayne Shorter 4 – Il periodo Weather Report (1971 – 1986)

Sullo slancio dell’ormai conclusa esperienza con Miles Davis, il cui termine per Shorter coincide con alcune esibizioni live di poco successive alla pubblicazione di Bitches Brew (1970), Wayne organizza un connubio artistico con il tastierista austriaco Joe Zawinul, rincontrato dopo dieci anni durante la registrazione di In A Silent Way (1969). Nell’avventura è coinvolto anche Miroslav Vitous, giovane ma già personalissimo contrabbassista.

Il progetto, a nome Weather Report, prende il via nel 1971 con l’uscita del primo, omonimo lavoro, nel quale i leader sono affiancati da Al Mouzon alla batteria e Airto Moreira alle percussioni. La lezione delle directions in music davisiane è evidente, ma viene puntualizzata con personalità, equilibrando alta energia ed elettricità con misurato lirismo. Nel conclusivo Eurydice, a propria firma, Shorter coniuga, in maniera esemplare e swingante, tradizione e nuove sonorità.

A seguire, nel 1972, I Sing The Body Electric, con Eric Gravatt a sostituire Mouzon e Dom Um Romao a rimpiazzare Airto. Il disco è un’anomala gemma, frutto di una peculiare costruzione: prima facciata del vinile registrata in studio, lato B formato da estratti di un concerto dal vivo a Tokyo (che sarà poi pubblicato integralmente come Live in Tokyo). Indimenticabile l’iniziale e struggente Unknown Soldier, ispirato da una terribile esperienza vissuta da Zawinul durante il secondo conflitto; la complessa struttura del brano è caratterizzata dal magistrale ed evocativo uso del sintetizzatore ARP 2600. La zampata di Shorter è The Moors, con la partecipazione del chitarrista Ralph Towner.

Ancora eccellenti, benché oltremodo diversi, Sweetnighter (1973) e Mysterious traveller (1974), con modifiche e ampliamenti d’organico; l’irripetibile magia del precedente lavoro si trasforma in ostinata ricerca ritmica e predilezione per brevi ed ipnotici riff. Il secondo dei dischi citati segna anche l’abbandono da parte di Miroslav Vitous, evidentemente non del tutto coinvolto nella nuova direzione musicale voluta da Zawinul.

La sostituzione di Vitous con il più funky-oriented Alphonso Johnson determina quindi una svolta radicale e definitiva, la cui prima testimonianza è la pubblicazione di Tale Spinnin’, del 1975. Nello stesso anno Shorter realizza anche un progetto da titolare con l’uscita di Native Dancer, pregevole incursione nei territori della musica brasiliana, in compagnia del cantante Milton Nascimento.

La definitiva maturazione del nuovo corso si concreterà, con eccezionale forza espressiva, nel capolavoro Black Market (1976), che fin dalla esplicativa immagine di copertina afferma la provenienza planetaria del proprio mix di suoni e ritmi, geniale e mirabolante. La title-track rappresenta probabilmente un vero e proprio paradigma estetico, Gibraltar è esaltante nei compositi cambi di ritmo ed atmosfera e nel trascinante finale, ma al di là dei singoli episodi è il risultato complessivo a manifestarsi emblematico e fondamentale, snodo cruciale per molteplici tendenze musicali negli anni a seguire. Nell’occasione Shorter sperimenta, nella sua enigmatica Three Clowns, il Lexicon, antesignano dei sintetizzatori controllati da strumenti a fiato.

 

 

Sempre nello stesso anno, con il successivo Heavy Weather, i Weather Report licenziano il disco forse più noto e popolare dell’intero percorso artistico. Nel pluripremiato album, fortunatissimo anche da un punto di vista commerciale, spicca il funambolismo strumentale di Jaco Pastorius, figura cardine nell’evoluzione del bassismo elettrico contemporaneo, la cui straripante musicalità mette talvolta sullo sfondo gli iniziatori del gruppo. Entrato con spavalda autorevolezza, a sostituire Alphonso Johnson in due soli pezzi di Black Market, ben presto Jaco si afferma come “il più grande bassista elettrico del mondo” (parole sue, ma è difficile dargli torto).

Mentre la successiva incisione in studio, Mr. Gone (1978) già suscita le prime perplessità negli addetti ai lavori, in questo periodo la band è al massimo del fulgore nell’attività live; il magnifico affiatamento in proposito è testimoniato dallo spettacolare doppio 8:30 (1979), con i tre fenomeni coadiuvati alla batteria da Peter Erskine.

Il disco è una vera e propria summa dei momenti più felici della parabola artistica del gruppo, che continuerà ad incidere, con minore ispirazione e fortuna, fino al 1986, anno del definitivo scioglimento. I Weather Report consegnano alla storia musicale una ricca discografia (16 album), ma soprattutto un determinante impulso alla costruzione di un originale e genuino movimento fusion che, prendendo le mosse dal jazz, lo contamina con gli stilemi del rock, aprendo nel contempo anche la strada all’utilizzo strutturale di timbri e sonorità provenienti dalle più svariate culture musicali.

Per Wayne Shorter si avvia una lunga fase di stallo, dalla quale ricostruirà con fatica una rinnovata identità e vena creativa, attraverso una graduale serie di passaggi che porteranno alla formazione del Wayne Shorter Acoustic Quartet.

SimakDIALOG – Patahan

MoonJune MJR 015 – 2007

Frutto di una registrazione live effettuata a Jakarta nel 2005, Patahan propone 5 lunghe composizioni del pianista Riza Arshad, leader del gruppo indonesiano SimakDialog.

I primi due brani propongono una fluida ed elegante fusion west-east, con le progressioni armoniche e gli interventi solistici di piano e chitarra (che risentono della lezione di Lyle Mays e Pat Metheny) miscelate ai timbri tipicamente asiatici della ritmica, e agli interventi delle vocalist in Spur of The Moment.

Più meditativa Kemarau, dove sembra prevalere, una volta esposto il tema che viene poi ripreso nel finale, la componente improvvisativa: i suoni echeggiano e si aggirano senza trovare precise direzioni o sviluppi.

Worthseeing torna a seguire una più lineare struttura jazz-rock, con un eloquente sfoggio di tecnica del chitarrista Tohpati Ario Hutomo, protagonista di un vigoroso solo alla Holdsworth che caratterizza la parte più coinvolgente del pezzo.

Kain Sigli si apre con un poema declamato contemporaneamente in Tedesco e Bahasa, dal bell’effetto straniante, e continua sviluppando una lunga e ambiziosa suite, impegnativa dal punto di vista compositivo, strumentale e vocale, senz’altro il momento più interessante e creativo dell’intero album. Come se, solo alla fine del percorso, Arshad si sentisse finalmente svincolato dai modelli citati, e pronto per la ricerca di una propria cifra stilistica. Aspettiamo fiduciosi i prossimi capitoli.

1. One Has to Be
2. Spur of the Moment
3. Kemarau
4. Worthseeing
5. Kain Sigli
Riza Arshad – Piano, Fender Rhodes, synthesiser
Tohpati Ario Hutomo – Electric, synth and acoustic guitars
Adhitya Pratama – Electric fretless bass
Endang Ramdan – Sunda kendang, toys

Guests:
Emy Tata – Makassar kendang, ceng-ceng, kethuk, vocals, poetry reading (tracks 2, 5)
Nyak Ina Raseuki ‘ubiet’ – Vocals
(tracks 2, 5)
Marla Stukenberg – Poetry reading
(track 5)

Wayne Shorter 3 – Le collaborazioni con Miles Davis (1964 – 1970)

Il quintetto di impronta hard-bop che Miles Davis riunisce nella seconda metà degli anni ’50 si avvale del fondamentale apporto del sassofonista John Coltrane; la parabola artistica dello storico gruppo culmina nel 1959, con la svolta modale del capolavoro Kind Of Blue.

Quando John decide, all’inizio degli anni ’60, di lasciare Miles per dedicarsi ai propri progetti, individua in Wayne Shorter l’ideale erede del posto lasciato vacante, apprezzandone le doti di strumentista e compositore.

Di conseguenza Davis prende contatto nel 1960 con il sassofonista di Newark, che però nel frattempo ha ottenuto l’ingaggio nei Jazz Messengers. Da allora, il trombettista alterna nei suoi organici numerosi sax tenori, tra cui Hank Mobley, George Coleman e Sam Rivers, senza mai esserne pienamente soddisfatto. Dopo il tour giapponese dell’estate ’64, Miles viene a sapere che Shorter ha appena lasciato il gruppo di Art Blakey; perciò riprova a scritturarlo, e riesce nel suo intento.

La pervicacia di Davis viene così premiata, e la scelta si rivela molto felice: Wayne si integra alla perfezione con gli altri componenti del gruppo, che sono Herbie Hancock, Ron Carter e Tony Williams, talentuoso batterista appena diciannovenne. Negli anni successivi, il nuovo (da alcuni definito secondo) quintetto inciderà tre fondamentali album: E.S.P. (’65), Miles Smiles (’66), Sorcerer (’67), nei quali si assiste alla graduale dissoluzione del linguaggio hard-bop, accompagnata da un progressivo mutamento delle forme, che si affrancano dalle consuete sequenze armoniche con una libertà espressiva senza precedenti. In questa evoluzione gioca un ruolo importantissimo Shorter, con il suo decisivo contributo di compositore e arrangiatore.

L‘ultimo, e fondamentale, album acustico del gruppo è Nefertiti (1967), dove il processo innovativo sviluppato nei precedenti dischi arriva al suo apice. Il sassofonista firma ben tre dei sei brani: Pinocchio, la malinconica ed inquieta Fall, con i suoi brevi assolo spezzettati dal refrain, e soprattutto l’incredibile brano che dà il titolo all’album. Qui Shorter, utilizzando un procedimento analogo a quello di alcune opere grafiche di M. C. Escher, capovolge i ruoli di front-line (la figura) e sezione ritmica (lo sfondo): mentre sax e tromba eseguono, per tutto il brano, un’ostinata (benché mutevole negli accenti) ripetizione del tema, gli altri tre strumenti agiscono con grande autonomia, in un fluido fiume sonoro in cui il “solista” è Tony Williams, che disegna un incredibile numero di variazioni e fornisce una prestazione personale ineguagliabile.

Punto e a capo. Le successive incisioni, nel 1968, danno il via al periodo elettrico di Davis. Sono ben tre le sessioni realizzate nell’anno: Water Babies, Miles In The Sky e Filles De Kilimanjaro. Il quintetto si amplia insieme allo spettro sonoro. Raddoppiano i pianisti (Hancock e Corea, quest’ultimo al piano elettrico), il contrabbasso di Ron Carter è affiancato dal basso elettrico di Dave Holland, il chitarrista George Benson partecipa ad uno dei brani di Miles in The Sky. In questi dischi Davis affina l’uso dei nuovi timbri, e getta le basi per definire un nuovo punto cruciale nella storia del jazz: il 18 febbraio 1969, viene registrato In A Silent Way. Lunghissime, ipnotiche e rilassate composizioni, dal fluente incedere: alla ricchezza timbrica corrisponde una sempre più estrema semplificazione armonica, la pulsazione ritmica è uniforme ed immutabile. Gli interventi solistici di Shorter, che per la prima volta utilizza in un’incisione il sax soprano, sono modelli di intensità e misura.

Il taglio netto e irrevocabile con il passato si compie con l’album successivo, Bitches Brew (1969-70). L’organico aumenta a dismisura, con alternanza di vari batteristi e percussionisti, moltiplicazione di ance e tastiere, basso elettrico, contrabbasso e chitarra elettrica. La quiete del lavoro precedente lascia il posto ad un’esplosiva energia, il ritmo è l’elemento centrale e generatore dello sviluppo dei lunghi brani, lacerti di un processo autogenerante e mai concluso, anche quando l’ascolto ha termine. E’ musica nera, funky, contemporanea ed arcana al tempo stesso. Il disco, che ottiene un grande successo di pubblico e divide inizialmente la critica, segna l’ultimo, fondamentale atto del sodalizio fra Miles e Shorter, che in breve metterà a frutto queste ultime, preziose esperienze nell’avventura Weather Report.

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